15 dicembre 2016

Col nuovo monologo “Numero Primo” inaugura una nuova prospettiva: “La memoria spetta ai giovani. Con questo spettacolo inizio un viaggio tra le incognite etiche del futuro”

«Numero Primo è la prima parte di un esperimento teatrale a capitoli. Esplora la nostra disponibilità a prendere in considerazione i destini incerti del nostro futuro tecnologico». Una scritta campeggia sul palco del Teatro della Corte dello Stabile di Genova, accanto una sedia vuota. Questa la premessa del nuovo lavoro teatrale di Marco Paolini, Numero Primo – Studio per un nuovo Album, dove il grande narratore inverte la prospettiva dal passato al futuro. «È il bozzetto della prima parte di una trilogia che investiga le conseguenze delle tecnologie sulle nostre vite» ci spiega Marco Paolini, mentre accende la pipa. «Posso?» chiede educatamente strizzando gli occhi sotto il berretto di lana blu da lupo di mare, mentre osserva la baia della Superba. «Guarda il porto antico, questa città è uno scrigno» esclama. Proprio lui, figlio della rivale Serenissima, che anni fa indossò i panni di Marco Polo in una indimenticabile versione de Il Milione. Al centro il Veneto, raccontato con nostalgia piena di grazia e divertimento anche negli Album ispirati alla sua infanzia. Una terra madre (l’autore è di Mira) ormai snaturata da una economia selvaggia, spaccato di un’Italia tradita. Quell’Italia magistralmente raccontata in Vajont, che fece scoprire al grande pubblico la forza di Paolini, pioniere di un teatro politico e civile documentatissimo, affabulatorio, capace di raccontare la strage di Ustica, i manicomi, l’economia malata, la seconda guerra mondiale.

Ma è stato il lavoro su Galileo che lo ha illuminato: «Studiando le rivoluzioni scientifiche del ‘600 ho capito che sta succedendo la stessa cosa a noi».E quindi ora la prospettiva cambia. A preoccupare è il futuro. Al centro del lavoro scritto da Marco Paolini col sociologo Gianfranco Bettin (attualmente in scena sino al 18 dicembre al Teatro Nuovo di Verona), un bambino del futuro, un ibrido genetico detto Numero Primo, figlio del maturo fotografo Ettore e di una misteriosa madre che corrisponde alla voce di un computer. L’azione si svolge fra 5000 giorni in una Mestre multietnica, che si affaccia su un Porto Marghera trasformato in una fabbrica di neve per sopperire ai cambiamenti climatici, in un’atmosfera in cui, anche se non mancano i sorrisi, echeggiano le inquietudini dei racconti di Philip Dick. «Numero Primo è un esperimento di fantascienza narrata a teatro» ammette Paolini, che un anno e mezzo fa è diventato padre. «Se io fossi rimasto a una visione garantista non avrei dovuto fare un figlio, è assumersi una grande responsabilità» aggiunge senza indulgere in dettagli, lui noto per l’estrema riservatezza. «Sono un orso e con l’età sto peggiorando» sorride con un filo di autocompiacimento. «Certo, ora la mia prospettiva cambia, ma non è una scelta semplicemente intimista». Scordiamoci per un po’ le grandi odi civili. «La salvaguardia della memoria ora spetta ai giovani – aggiunge convinto –. A 60 anni trovo intollerabile il rischio di veicolare nostalgia proporzionale all’età, che diventa complicità con le persone che hanno il mio stesso colore dei capelli, tagliando fuori il pubblico giovane». Paolini è consapevole di avere aperto una strada importante nel teatro italiano. «Mi consola il fatto che molti giovani teatranti si occupino di storie politiche civili, di memoria o collettive».

Lui in scena indossa i panni di Ettore, un fotografo della vecchia guardia che usa ancora il negativo, «una sorta di dinosauro», in crisi di fronte a un misterioso intelligentissimo bambino. Lo spettatore è preavvertito che verranno poste domande senza risposta: «Quale è il rapporto di ognuno di noi con l’evoluzione delle tecnologie? Quanto tempo della nostra vita esse occupano? Quanto ci interessa sapere di loro? Quanto sottile è il confine tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale?».«Sono contento di spiazzare e infastidire il pubblico per spingerlo a pensare. Non mi interessa di vivere di rendita» spiega l’autore che al momento scarta a priori le implicazioni politiche ed economiche dello scenario futuro. «Le tengo d’occhio, ma ora indago come la tecnologia sta occupando spazi che prima appartenevano alla sfera sociale, politica, privata, educativa, alla famiglia. Si mettono in discussione i ruoli, in particolare sta scomparendo la funzione maieutica del padre. La trasmissione dell’esperienza non ha più quell’importanza: oggi i figli, di tecnologie ne sanno molto più dei padri». Paolini cita Pinocchio nel lavoro. «La tecnologia ci sta educando a una condizione adolescenziale permanente da Paese dei balocchi – aggiunge –. Oggi abbiamo due antenne al posto delle orecchie d’asino. Fu profetica la pubblicità di un telefonino che recitava: “Tutto intorno a te”. La tecnologia semplificando sembra darti risposte. In realtà siamo vittime di una serie di microfragilità e dipendenze che da una parte entrano nel quotidiano, ma dall’altra in futuro genereranno umani accresciuti».

Un progresso che Paolini definisce «eccitante per chi fa la ricerca, ma che noi, che ne siamo fruitori, siamo lontanissimi dal capire». In buona sostanza, il problema per l’autore è etico. «Noi viviamo con grandi attese, l’Occidente è ossessionato dalla perfezione e dalla lunga vita, mito faustiano che sembra a portata di mano. Ma l’orizzonte non è tranquillo – aggiunge appassionato –. Io non temo il Grande Fratello tecnologico, le macchine più intelligenti, ma temo una cultura asservita alla tecnologia e una tecnologia senza cultura». Riflessioni che Paolini ha sviluppato con un suo caro amico che lavora nella Comitato Etico Europeo col compito di ispirare eticamente le leggi: «Il problema drammatico è che la soglia dell’etica non è fissa, ma si sposta generazionalmente. La tecnologia in cui nasci, per te è natura. L’importante è fornire delle bussole per orientarsi nel futuro. Voglio capire se sia possibile, interrogandosi, determinare il futuro e rimettersi al suo centro».

Avvenire

Angela Calvini

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