09 ottobre 2013
Messosi alle spalle l’esperienza con i Mercanti di Liquore, Lorenzo Monguzzi ha intrapreso un proprio percorso come solista, dapprima lavorando agli spettacoli “Album D’Aprile” e “La Macchina Del Capo” di Marco Paolini, e da ultimo pubblicando “Portavèrta”, disco che segna una nuova fase della sua vita artistica e nel quale sono confluite le sue nuove composizioni. Lo abbiamo intervistato per approfondire insieme a lui la gensi, le tematiche e le ispirazioni dell’album.
Ci racconti il percorso che ti ha condotto verso questo nuovo lavoro, frutto di diversi anni di lavoro?
Ho impiegato molto tempo ad immaginarmi come solista, dopo tanti anni di militanza in un gruppo credo sia inevitabile, è come lasciare la famiglia e andare a vivere da soli. Da parecchio tempo sentivo il bisogno di sperimentare strade nuove, anche in relazione a una evidente stanchezza artistica del gruppo, ma continuavo a rimandare, mi serviva un avvicinamento graduale al cambiamento, e in questo senso i lavori in duo con Marco Paolini sono stati sicuramente illuminanti. Una volta “fuori all’aria aperta” ho cominciato a scrivere nuove canzoni e ho provato a suonarle con nuovi musicisti, ho gironzolato per un paio d’anni facendo piccoli concerti per lo più in duo, giusto per prendere la mira, ed ora eccomi qua.
Quali sono le ispirazioni e le influenze che sono alla base di Portavèrta?
Ce ne sono tante e anche molto diverse tra loro, faccio molta fatica a mantenere una linea stilistica, mi stufo subito e vado a cercarmi stimoli nuovi. Il risultato è di conseguenza un lavoro eclettico e eterogeneo, che non è necessariamente una qualità per un disco, ma almeno non è prevedibile.Ci sono le ballate, la mia passione, dove la parte letteraria va ben oltre il consueto due strofe e ritornello della musica da playlist, ma c’è anche qualche esperimento “più leggero”, quantomeno nelle intenzioni. E’ davvero un peccato che con il termine “musica leggera” si indichi la musica commerciale, leggerezza non è sinonimo di stupidità….d’altra parte è altrettanto vero che pesantezza non significa genialità, il più delle volte coincide con l’opposto.In questo disco ho colto al volo l’occasione di essere un po’ più leggero quando la canzone me lo consente.
Cos’è cambiato nel tuo processo creativo e nel tuo approccio alla musica, rispetto ai Mercanti di Liquore?
Mi piacerebbe dire tantissimo, mi farebbe sentire nuovo e propositivo, in realtà credo di seguire un percorso lineare, per quanto riguarda la scrittura. Cercavo di fare del mio meglio quando scrivevo per i Mercanti, e lo stesso cerco di fare adesso.Sicuramente lavorando al di fuori di un gruppo musicale puoi fare più esperienze e con più facilità. Mi viene in mente la banalissima metafora delle vacanze da solo o in gruppo: da solo hai molte più possibilità di conoscere gente nuova, per la musica funziona più o meno allo stesso modo. Immaginando allora di avere più stimoli e sapendo quanto la scrittura dipenda da questi, posso dire che il mio modo di scrivere musica è migliorato ed è destinato a migliorare ulteriormente.
Ci puoi raccontare le session del nuovo album. Come si sono svolte? Quali musicisti hanno collaborato alla sua realizzazione?
Il disco è stato prodotto da Stefano Nanni, bravissimo musicista e arrangiatore, una persona con esperienze importanti alle spalle e molto “mestiere”. Sono stato subito d’accordo con lui sul fatto che non occorreva cercare un suono omogeneo per il disco, ma al contrario sarebbe stato più interessante seguire le diverse suggestioni che ogni canzone suggeriva, come se ogni brano fosse un elemento indipendente dal resto.Per questo motivo, per disegnare ambientazioni musicali diverse, nel disco compaiono tantissimi musicisti (non li elencherò uno per uno per questioni di spazio). Oltre alla consueta base ritmica di basso/contrabbasso e batteria, abbiamo utilizzato un quartetto d’archi, una sezione di fiati, un banjo, un mandolino, un pianoforte, una fisarmonica, varie chitarre, un clarinetto, un clarinetto basso, un violoncello e persino un organetto di barberia….in un pezzo volevamo inserire la banda ma abbiamo dovuto rinunciare per difficoltà logistiche. Direi che è stato proprio divertente.
Rispetto al passato, ancora una volta al tuo fianco troviamo Marco Paolini. Ci puoi parlare del sodalizio artistico che vi lega e del vostro rapporto? 
Faccio fatica a parlare pubblicamente di Marco, il nostro rapporto dopo tutti questi anni si è trasformato in una specie di parentela e per questo motivo parlare di lui mi da la stessa sensazione che avrei parlando della mia famiglia, come se mettessi i miei fatti privati in piazza…mi sforzerò. Credo che alla base di questa lunga collaborazione ci sia innanzitutto la facilità con cui ci intendiamo, soprattutto dal vivo; un’intesa che rende facile qualsiasi cosa e che ci permette di lasciare sempre un po’ di spazio all’improvvisazione.Credo sia fondamentale trasmettere al pubblico che sei presente, che stai vivendo quello che fai e che non ti stai limitando a seguire un copione, io e Marco abbiamo fatto insieme centinaia di spettacoli, eppure sono convinto che non ce ne sia mai stato uno identico all’altro. Ottima scuola, ottima palestra (in un certo senso), grande fortuna lavorare con uno così.
Abbiamo fatto cenno alla tua esperienza in Teatro, quanto è stata determinante nella realizzazione di questo nuovo album?
In alcuni episodi del disco le mie “frequentazioni” teatrali si percepiscono più che in altri. Un brano in particolare, intitolato “Bolle”, l’ho scritto anni fa mentre stavamo preparando insieme a Paolini lo spettacolo “Miserabili”. Parla delle bolle finanziarie e della pericolosa tentazione “finanziaria” che qualche anno fa mise in ginocchio molte famiglie italiane, attratte dall’illusione del fare soldi con i soldi. Ha un tono molto diverso dalle altre canzoni, qualcuno l’ha definita “Gaberiana”, difficile immaginare un complimento più grande.
Nella presentazione del disco scrivi che Portavèrta dovrebbe essere il sinonimo di gentiluomo o palcoscenico. Che valore ha questa porta aperta per te e come si pone rispetto alle tematiche del disco?
Mi piace questo titolo perché ha moltissime letture possibili, personali o collettive. Può essere letto come un’intenzione o un obiettivo, oppure come una richiesta, come un qualcosa da pretendere. Per me simboleggia la possibilità di uscire, di proseguire un percorso che per un certo periodo si era arrestato, prigioniero di uno spazio troppo piccolo e soffocante (“…c’è solo la strada su cui puoi contare…”). Ma nello stesso tempo mi viene da pensare che una porta aperta può anche significare un invito ad entrare, per rendere più facile la commistione, la circolazione delle idee musicali o no. In definitiva un buon auspicio per i tempi a venire, sia in un caso che nell’altro.
 
Portavèrta mescola temi introspettivi, riflessioni personali, con i problemi dell’Italia, il tutto però è visto in un ottica collettiva. Come nasce questo cambio di prospettiva?
Mi auguro faccia semplicemente parte di un processo di crescita che è auspicabile per chiunque, compreso chi di mestiere scrive canzoni. Mi sento meno ideologico di un tempo e cerco di non nascondermi dietro atteggiamenti di facciata, inoltre se voglio raccontare il mio paese cerco di farlo attraverso esperienze più o meno dirette.Mi sembra che ci siano già abbastanza profeti da salotto in questo povero paese e una certa predisposizione alla vergogna mi impedisce di unirmi al coro.
Portavèrta è anche il titolo dell’unica canzone del disco scritta in dialetto brianzolo. Qual è il tuo rapporto con le radici della tua terra, e quanto ha pesato la musica popolare nella tua formazione?
Il nostro (intendo tra me e la mia terra) è stato, ed è tutt’ora, un avvicinamento graduale, frenato spesso da reciproca antipatia e incomprensione.E’ facile “volere male” alla Lombardia, molto più complicato affezionarcisi. Eppure, con il passare degli anni, mi accorgo di sentirmi addosso un’identità che non mi disturba, che mi riguarda e con cui devo fare i conti.Mi piace il mio dialetto e mi sembra giusto riappropriarmene, dopo che per tanti anni è stato lasciato in balia di deliranti capipopolo. E’ la lingua che ho sempre sentito parlare in casa mia, la lingua di tante persone che stimo e a cui ho voluto bene….tipo Enzo Jannacci.
Ci puoi raccontare com’è nato il brano dedicato a Boris Vian?
 Alcune canzoni le scrivo facendo finta di essere qualcun altro, è il mio modo di rendere omaggio ad autori che amo. Anni fa scrissi “La moglie brontolona” cercando di assomigliare almeno un pochino a quel geniaccio di Piero Ciampi, adesso ho fatto la stessa cosa per Boris Vian, prendendo ispirazione da un suo testo e cercando di mantenere un tono un po‘ retrò e orgogliosamente libertario.
Quanto è attuale “La Costruzione” di Chico Buarque de Hollanda? Come mai hai deciso di reinterpretarla?
E’ tristemente e drammaticamente attuale, le morti sul lavoro sono ancora frequenti e inspiegabili, ridimensionano e ridicolizzano le nostre pretese di modernità e progresso. Trovo che il testo di questa canzone sia stupefacente, visionario e realistico allo stesso tempo e con un crescendo di drammaticità ottenuto mischiando le parole delle strofe, proprio geniale.La prima volta che ho sentito questo pezzo era all’interno di uno spettacolo teatrale, nella versione di Enzo Jannacci, avevo deciso di inserirla nel disco già prima che lui se ne andasse, adesso ha un significato in più.
Da ultimo, come promuoverai questo disco? Al tuo fianco ci sarà come sempre Marco Paolini?
Quest’estate abbiamo portato in giro per l’Italia uno spettacolo intitolato “Song n.14”, basato principalmente sulle mie canzoni, a cui Paolini faceva una sorta di contrappunto…in pratica mi ha fatto da spalla. E’ stata un’esperienza intensa e divertente e non escludo che prima o poi si decida di riproporla, però, per quanto riguarda la promozione del disco, farò da solo, o meglio farò “insieme” a degli ottimi musicisti con cui ho iniziato a collaborare…d’altra parte la porta è aperta.

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Salvatore Esposito

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