30 novembre 2016

Marco Paolini è fra i teatranti di maggior interesse e abilità che frequentano la scena italiana. Le sue narrazioni – lunghe, dettagliate, profondamente immerse nella realtà e nella memoria – hanno segnato la cronaca culturale nel nostro paese. Se non gli si può attribuire l’invenzione di una maniera di narrare che affonda le radici nella cultura popolare, gli va riconosciuta la capacità di averne drammatizzato tempi e modi facendone un vero e proprio genere molto gradito agli spettatori.

Numero primo è un monologo, scritto assieme a Gianfranco Bettin, che s’inserisce in questo filone con la caratteristica di rappresentare un primo momento di una trilogia le cui prossime puntate arriveranno a breve e che affonda le radici nella realtà di quella vasta e importante parte del paese che solitamente s’identifica con il Nord Est. Un’ampia regione che comprende le montagne del trentino, le pianure venete, Trieste e Venezia. Al centro di questo Studio per un nuovo Album c’è l’immagine di un bimbo iperdotato che il narratore, un fotografo professionista di buon successo, riceve in regalo, per lui, forzato da una donna che ha conosciuto via Internet e che gli dice, ma non è vero, che sta per morire. Inizia in questo modo un percorso assieme al ragazzo e a una capra che porta i tre da Mestre a Marghera, alle montagne, a Trieste e a Venezia. In quest’ultima città avviene la tragedia durante un’immaginaria festa della neve nel cui corso il piccolo scatena, involontariamente, una battaglia fra topi e gabbiani rimanendo vittima di questi ultimi. E’ una metafora dei desini che incombono su tutti noi, minacciosi non meno del continuo dominio delle meraviglie tecnologiche sulla nostra vita. Un lungo racconto, quasi due ore in scena, in cui l’autore-attore mantiene viva la tensione in sala, offre osservazioni non banali, alterna drammaticità a ironia. Da non perdere.

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Umberto Rossi

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