02 settembre 2016

Questa storia di formazione di Marco Segato narra di un padre che cerca di dimostrare il suo valore al figlio, alla sua comunità e, in definitiva, a se stesso

In competizione al Montreal World Film Festival, La pelle dell’orso è il primo lungometraggio di finzione di Marco Segato, dopo il suo film documentario L’uomo che amava il cinema, selezionato all’edizione 2012 delle Giornate degli Autori, nelle presentazioni speciali. Il film è un ulteriore esempio delle produzioni di qualità provenienti dalla piccola società di produzione Jolefilm – già nota per Io sono Li e La prima neve di Andrea Segre, tra molti altri successi dei festival.

Siamo negli anni ’50. Pietro (Marco Paolini) è un uomo burbero sulla cinquantina, che lavora in una cava nelle Dolomiti italiane. Il suo abuso di vino e la sua natura riservata lo hanno rapidamente trasformato nello zimbello del paese. È severo con il figlio Domenico (Leonardo Mason), e dopo la morte della madre, il loro rapporto è diventato sempre più difficile. Una notte, mentre è seduto al suo solito bar tracannando vino, Pietro sente il suo spietato e arrogante capo Crepaz (Paolo Pierobon) parlare del “diavolo”, un orso che da tempo minaccia il villaggio e preda il bestiame, provocando paura e apprensione tra la popolazione. Stanco di essere denigrato dai compaesani, Pietro fa una proposta a Crepaz: ucciderà l’orso in cambio di 600.000 lire, ma se fallisce dovrà lavorare senza paga per un anno intero. All’alba, contro ogni previsione, Pietro parte per la foresta, determinato a dimostrare il suo valore e a riguadagnarsi l’orgoglio con un gesto eroico finale. Saputa la decisione del padre, Domenico decide di correre da Pietro per aiutarlo a uccidere l’orso e a recuperare la sua pelle. Durante il viaggio, incontrerà una vecchia amica di sua madre (Lucia Mascino) e, soprattutto, parlerà a suo padre come mai prima.

Segato debutta con una storia di formazione stereotipata che affronta il delicato rapporto padre-figlio tra un sempliciotto e il suo fragile figlio, timidissimo, che non sa quasi niente della sua defunta madre. Fin dall’inizio, il regista crea ambienti arcaici e rurali e, con l’aiuto della direttrice della fotografia Daria D’Antonio (che ha lavorato con Massimo Coppola, Valeria Golino e Pietro Marcello in passato), immerge lo spettatore in un passato in cui la virilità di un uomo e la sua reputazione nella comunità erano tutto ciò che aveva. La sceneggiatura sarà anche scarna, ma non significa che il film in sé sia povero – la psicologia dei personaggi e l’insidioso rapporto tra Pietro e Domenico sono in costante sviluppo durante tutto il film.

Marco Paolini, sceneggiatore del film insieme a Enzo Monteleone e Marco Segato, è ampiamente noto in Italia per il suo teatro di narrazione, che si ispira al lavoro di Dario Fo. L’uso frequente del veneziano con l’ironia e la satira per cui è famoso sono ciò che fa spiccare la sua interpretazione nel film. Il teatro è il suo elemento naturale, ma quando entra nel regno del cinema, la sua recitazione si adatta naturalmente alla nuova dimensione, lasciando sorrisi sul volto degli spettatori dopo il finale agrodolce. Domenico sarà inesperto, ma il giovane Leonardo Mason è tutt’altro che ingenuo. La sua performance è impeccabile, e questo è senza dubbio un preludio ad una lunga e fruttuosa carriera.

Prodotto da Francesco Bonsembiante per Jolefilm, La pelle dell’orso deve ancora stipulare un accordo di distribuzione, ma sarà sicuramente presente ad altri festival autunnali, soprattutto a quelli pensati per bambini e ragazzi.

Cineuropa.org

Giampietro Balia

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