03 gennaio 2009

Prima che lo spettacolo cominci, prima che la memoria detti le regole di un gioco che fa tornare tutti bambini, Marco Paolini si concede la storiella dell’uomo nero. E racconta, di fronte alla platea stipatissima del centro culturale San Gaetano, a Padova, la storia di un ragazzo nero al quale, in un’oscura stazione di montagna, un capotreno zelante nel giorno del cambio dell’ora ha impedito di salire sul treno con la sua bicicletta, nonostante il posto ci fosse e il ragazzo avesse regolarmente pagato i due biglietti. «Un mese dopo – è la zampata di Paolini – è stato eletto presidente Obama». Poi può cominciare “La macchina dei capo”, il suo regalo di Capodanno al pubblico, andato in onda su La7 l’altro ieri sera alle 21 e seguita da oltre un milione di telespettatori, con uno share del 4,8% e un picco del 7,4 per cento.

Un viaggio tra i ricordi di una generazione di bambini degli anni ’60, ragazzi e giovani tra i ’70 e gli ’80, il suo «album» personale tra gli spettacoli che l’hanno reso il Paolini che è oggi, su tutti “Adriatico”. In scena lui, il musicista Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di liquore, e una scenografia iperrealista, dove penzolano stesi ad aspettare i ricordi un’enorme maglietta a righe come usava negli anni del boom, i calzoni corti, un paio di tubolari (sporchetti) ante litteram. È il corredo di un artista che anche l’altro ieri sera, di fronte a un pubblico di tutte le età (compreso il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, che ha concesso lo spazio dell’ex tribunale) con pochi tratti ha disegnato una generazione, un mondo, un paese, come una volta chi raccontava le storie nelle piazze dove non c’era nulla. Ma con più forza, perché dove un tempo c’era il nulla, oggi c’è tutto. E l’altro ieri sera il teatro di Paolini doveva vedersela, in tivù, con il Benigni della “Tigre e la neve”, la seconda parte del “Padrino”, cartoni animati su Raidue, fiction e programmi amarcord sulle reti Mediaset. Le sue parole hanno composto l’affresco di un Nord Est e di bambini che davvero non ci sono più. La domenica in colonia con la visita dei genitori di Leo (chiamato terribilmente davanti a tutti Leprotto) ai quali le suore servono eccezionalmente il crème caramel («che fortunati i genitori di Leo, sono venuti proprio nel giorno del crème caramel…»), le «Olimpiadi» di Treviso dove il pallone si perde sfondando la vetrata delle suore e gli «atleti» finiscono nel fango, e dove l’infanzia di Marco si chiude con un amletico dilemma da grande farò il ferroviere come mio papà o il posteggiatore di autoscontri come il mitico personaggio soprannominato «Celentano»? Lo spettacolo scorre via, davanti, i ragazzi più giovani seduti per terra, dietro gli altri, la generazione di chi si ricorda la carta assorbente per la stilo, quella di chi sussulta quando Paolini ricorda ai bambini che ora sono adulti compassati l’unico stratagemma per «scancellare» la penna. Ovvero, bagnare la gomma, stando però attenti a non bucare il foglio. All’inizio entra facendo a palle di neve col pubblico: «Quando mi ricapita?». Nel mezzo c’è spazio per molto: la sua vita in montagna, il trasferimento a Treviso. L’uomo che oggi «incanta ancora», è stato un bambino che ha visto quel mondo praticamente perso rappresentato dalla colonia, dove se uno non vuol fare il riposino scatta lo «sciopero», salvo scoprire che qualcuno che il riposino lo vuol fare si trova sempre.

La chiusa, dopo che le luci della diretta si spengono e gli spettatori restano soli col mattatore, è tutta politica. Stranamente, per un uomo schivo che prende posizione solo con i suoi lavori. Prima “Nina, ti te ricordi” di Gualtiero Bertelli, dove Nina non può sposarsi perché lui è disoccupato, poi un saluto a Eluana Englaro. «Ciao, Eluana, mi sembra assurdo che in un Paese uno non possa decidere di porre fine alle sue sofferenze». Dopo il “Sergente” Paolini ha vinto anche la sfida di Capodanno. E Celentano, quello vero, l’ha chiamato per fargli i complimenti.

Corriere del Veneto

Sara D’Ascenzo

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