03 gennaio 2009

Marco Paolini è un incantatore, l’ultimo bardo delle veglie contadine: la sua parola ti prende, ti trasporta in mondi che credevi perduti nella loro assoluta normalità, ti fa riscoprire la magia del quotidiano (l’odore dei treni, il cremifrutto, l’olio di fegato di merluzzo come ricostituente, la 1100 bicolore, le mele conservate in soffitta…), t’iscrive d’ufficio fra gli adepti di una divinità che i Greci tenevano in grande considerazione, la Memoria. Ti fa canticchiare quella terribile canzone che faceva «La macchina del capo ha un buco nella gomma, la macchina del capo ha un buco nella gomma, la macchina del capo ha un buco nella gomma, ripariamola col chewing-gum!».

“La macchina del capo – Racconto di Capodanno” prende vita da quegli esercizi di memoria che sono gli Album, i racconti teatrali costruiti tra il 1964 e il 1984, nei quali lo stesso gruppo di ragazzi cresce passando da uno spettacolo all’altro, in una sorta di grande affresco popolare: «Narro – dice Paolini – di un bambino di 10 anni e della sua fretta di crescere. Narro non per nostalgia, ma per divertimento, per chi c’era già e si ricorda i dettagli e per chi è nato dopo e si diverte alla storia».

In diretta dall’ex tribunale di Padova, accompagnato alla chitarra da Lorenzo Monguzzi, Paolini è parso un raccontatore d’altri tempi, uno di quei personaggi da fiera che sapevano incatenare il pubblico con racconti sterminati, da «Le mille e una notte». E un puro piacere sentirlo, uno schiaffo rivolto a quelli che blaterano sulla morte del teatro in tv. Paolini gode del singolare privilegio di non essere interrotto dalla pubblicità, una prerogativa che nemmeno la Rai. Eppure, un po’ di interruzione, magari una sola, a metà, gli farebbe bene. Lo costringerebbe a ragionare di più sui tempi televisivi, a non credere che esista un primato del teatro sulla tv, a esorcizzare l’incombente figura del guru.

Corriere della sera

Aldo Grasso

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