27 gennaio 2008

Marco Paolini, dopo il successo di Il sergente, torni il l ° febbraio su La7 con un altro spettacolo in prima se¬rata, Album d’Aprile. Cosa racconti?

“È una puntata dei miei album, le sto¬rie autobiografiche al cui centro c’è un ragazzo che cresce in Veneto con due passioni: il rugby e la politica. Siamo a metà degli anni 70, gli anni della stra¬ge di piazza della Loggia a Brescia e del referendum sul divorzio. È l’apice delle pulsioni di cambiamento iniziate nel decennio precedente, prima dell’im¬plosione degli anni del riflusso”.

Politica e rugby: che relazione c’è?

«Non l’ho mai praticato, ma questo sport mi ha sempre affascinato: come la politica è basato sull’idea di sforzo collettivo: da solo non vai da nessuna parte. Mi piace la sua fisicità, gli scon¬tri duri, dove gli altri sono avversari e mai nemici. E poi è un sistema di rego¬le per diventare adulti. Il giovane gio¬catore cambia ruolo seguendo i cam¬biamenti del suo corpo».

Questo spettacolo lo hai scritto dodici anni fa. Hai inserito dei riferimenti all’attualità?

«Sono ritornato nei luoghi dove avevo ambientato la storia. Trent’anni fa le piazze erano piene di gente, adesso ho trovato solo boutique. Le piazze si riem¬piono di giorno, ma la sera restano vuo¬te: non ci sono più gatti, non ci sono più fiori, non ci sono più panni stesi, perché nessuno vive più in quelle case. Ho deciso quindi di inserire qua e là nello spettaco¬lo delle piccole riflessioni su questa socie¬tà vecchia che si è chiusa in se stessa e do¬ve i pochi giovani rimasti non contano più nulla».

Famiglia Cristiana

Eugenio Arcidiacono

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