24 gennaio 2016

Ci sono spettacoli teatrali che lasciano il segno per la bravura degli interpreti; altri, per la profondità o il lirismo dei temi trattati; altri, ancora, perché in grado di aumentare il livello della discussione e della indignazione civile sulle incongruenze o le controversie della realtà contemporanea. Nel caso degli spettacoli di Marco Paolini, invece, tutte queste condizioni sono pressoché sempre presenti, giacché il suo “teatro di narrazione” si caratterizza proprio per la capacità di fondere poesia e una certa provocazione, raffinatezza drammaturgica e istrionismo scenico, puntualità quasi pignola degli argomenti politici e racconto prossimo alla fiaba, come conferma la sua “Ballata di uomini e cani – dedicata a Jack London” in scena questa settimana al teatro Storchi (fino a questo pomeriggio, h. 15.30): una sorta di canzoniere teatrale nel quale, attraverso il racconto di avventure in cui protagonisti sono l’avventura e il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico per antonomasia, si finisce in realtà per riflettere sui limiti dell’esperienza umana, sul valore dell’amicizia, dell’amore, ed anche sulla tragedia in cui può trasformarsi l’avventura dell’emigrazione. I racconti di London (tre, per la precisione: “Macchia”, “Bastardo” e “Preparare un fuoco”), ma anche la sua biografia, diventano lo strumento col quale Paolini realizza una nuova incursione tra le pieghe dei ragionamenti, dei comportamenti, delle scelte degli uomini, tanto spesso segnate da egoismo, supponenza, menefreghismo, superficialità, oppure, a volte, da solidarietà e compassione. Il registro delle sue orazioni rimane – secondo noi per carattere, più che per calcolo – costantemente sul filo dell’ironia, così da alleggerirne il tono e strappare al pubblico, di tanto in tanto, più di una risata. Ma con questo spettacolo in verità Paolini si distacca, in certa misura, da quelli fin qui realizzati per il tema squisitamente letterario che lo caratterizza. La sua narrazione infatti parte dai racconti di London, li interpola con la biografia dello scrittore americano, per poi fonderla con le musiche, coprotagoniste dalla rappresentazione, eseguite sul palco dal loro autore, Lorenzo Monguzzi, e da Angelo Baselli e Roberto Abbiati, e così, sostanzialmente, ricreare l’atmosfera del grande nord americano – i paesaggi, la neve, il freddo, la lotta per la sopravvivenza e le corse all’oro – al fine di incorniciare i vizi e le lacune degli esseri umani e la superiorità che London sembra assegnare al cane nei suoi confronti, utilizzando la forma dell’apologo mascherato da racconto realistico. Lo spettacolo è coinvolgente, struggente e divertente; Paolini, padrone assoluto della scena, trascina lo spettatore nelle storie come è tradizione di un genere di cui in Italia è maestro indiscusso. Poi, non guasta che al momento opportuno lo costringa a una riflessione su quanto la cronaca finisca per non discostarsi poi troppo dal caso letterario, obbligandolo ad un esercizio sempre meno frequente, e rimarcando, se ce ne fosse bisogno, le straordinarie potenzialità della magia del teatro.

Gazzetta di Modena

Andrea Marcheselli

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