31 gennaio 2008

Aprile arriva come il vento che spazza via l’intonaco delle case, liscia le rughe sulla pelle delle città, illumina l’aria e il cielo, «rendendo tutto più chiaro». Aprile è circo di nuvole africane sopra le piazze, è tempesta ormonale che scuote cuore e cervello, è passione politica, rugby e «sgrinfo di fango» sulla maglietta. Aprile è rissa in mezzo ai manganelli dei celerini, è rumore di bombe che esplodono, è l’urlo lacerante di piazza della Loggia a Brescia, «me lo ricordo come se mi fosse scoppiata in testa». C’è qualcosa di «intollerabile» nell’energia di «quell’Aprile ’74 e ’75», Marco Paolini lo premette con un sorriso divertito accogliendo il pubblico che silenziosamente attraversa il “Fillmore” di Cortemaggiore per sistemarsi tra panche, seggiole, sgabelli e cuscinetti colorati.Stavolta, per il suo rientro in tv, l’attore veneto si allontana dalle gelide e suggestive grotte tra le montagne, come per “Il Sergente”, e si infila in un locale rock dal nome e dal passato glorioso, “Fillmore”, nel bel mezzo del campagna piacentina sommersa dacaìgo e cieli grigi, proprio come la provincia veneta. La vitalità di “Aprile” vibra e risuona di luci, parole e colori in questo ex cinema scarno ed essenziale che da quindici anni accoglie grandi star della musica, del jazz, del cabaret – Vasco, De Gregori Patti Pravo, Negrita, Elio, Capossela, Finardi, Fresu, Almamegretta, e poi Patty Smith, Terence Trent D’Arby, Lee Konitz, Ibrahim Ferrer, Littizzetto, Bertolino, Aldo Giovanni & Giacomo -: sull’ampio palcoscenico Paolini sistema una cinquantina di spettatori (quelli col cuscino rosso), altri si assiepano ai fianchi di una pedana che scivola verso la platea (cuscino arancione), altri ancora circondano questo “girone” delimitato da una telecamera che scorre su un piccolo binario (cuscini gialli e blu; i verdi sono “posti in piedi”). In 700 per lasciarsi risucchiare dalla scoppiettante energia di “Album d’Aprile” e per riassaporare l’amore, la vita la politica ai tempi del rugby quasi 13 anni dopo la prima messa in scena a Villa dei Leoni a Mira (era il ’95), con tanto di “replica” tv, registrata in varie location e nell’arco di più tempo, per Raitre nel 2005.«All’epoca – ricorda Paolini – parlavo della mia generazione che si è scontrata e massacrata in piazza, di ragazzi che avevano fretta di crescere per cambiare il mondo», ma il mondo in cui volevano entrare è invecchiato senza diventare adulto». Era quella, tuttavia, l’ultima generazione che numericamente poteva pesare sulle scelte del paese. Ora i ragazzi «non sono neppure statisticamente significativi», superati da vecchi che continuano a sentirsi giovani: «un blocco biologico mostruoso».

Aprile diventa così uno spettacolo «indecente» perché parla di qualcosa di «intollerabile»: «L’energia della giovinezza che il mio paese non può più avere». Paolini avanza lungo la pedana e abbraccia il pubblico con lo sguardo; al suo fianco, la chitarra di Lorenzo Monguzzi (Mercanti di Liquore) si amalgama ed esalta questo capitolo della bella biografia collettiva che l’attore veneto ha costruito nei suoi diversi “Album”. Un vero romanzo di formazione ambientato nella provincia veneta, e popolato di ragazzi che «scalpitavano per crescere». Nano, Cesarino, Trevisin, barbin, la Maria Bellotto, la Norma, e Nicola, l’alter ego di Paolini, tutti colti tra adolescenza e gioventù, tra aspirazioni e riti di iniziazione, smaniosi di confrontarsi con la realtà sia pur confusi tra sport, amore, politica, lotta di classe, rivoluzione, il bar della Jole e il campo da rugby.«Il rugby sta al calcio come la prima sta alla seconda guerra mondiale – precisa Paolini – il calcio è tattica, è velocità, tempismo. Nel rugby conta il fattore terra. Anche il corpo dell’avversario è terra». Ma il rugby è anche politica, perché è gioco di gruppo dove contano regole e lealtà: è avanzata organizzata nella quale ognuno occupa il proprio posto. Paolini saltella, avanza e retrocede, rimbalza sul palco come una pallina: «Placcare, correre, touche, mischia». Ossia: «Devi essere adulto per fare squadra e vincere», da solo non vai da nessuna parte. Perché il rugby è maestro di vita, un po’ come il bar della Jole, sulla curva prima del passaggio a livello, covo di Don Tarcisio, il prete «sospeso a divinis» per aver sostenuto il referendum sul divorzio. Dalla Jole si gioca a carte e a biliardo, si mangia musetto coi crauti alle sei del mattino, si beve caffè corretto, si discute di sport, di vita, di politica, di mestieri: è «un mondo adulto» al quale ci si avvicina cauti e curiosi, ascoltando, osservando, osando. Un po’ come accade al Circolo I° Maggio, «ore ore a discutere democraticamente senza risolvere niente», a costruire manifesti di «controinformazione» dipinti coi pennarelli rubati alla Standa e popolati di parole che oggi suonano buffe: «bosega imperialista», «rosegoto assassino», «filobus(a capo)tiere», «ciucciamentine». Cartelloni gialli da appiccicare ai muri della città a mezzanotte schivando carabinieri e passanti, per ribadire sicuri «siamo contro, siamo dentro, siamo al centro della lotta… oh oh oh maglietta rossa». E poi i cineforum, i cortei, l’attesa delle elezioni, l’entusiamo per il referendum che ufficializza il divorzio, i viaggi in autostop dopo la maturità, perché negli anni ’70 «viaggiare è un diritto». E infine «la Norma», il grande amore che sfugge a politica e lotta di classe, a mala pena tollera il rugby ma si presenta alla “Festa del Primo Maggio” con gonnellina al ginocchio e calzine bianche.

Paolini avanza spedito tra i binari del tempo, disegna ricordi, facce e sguardi, modella il sudore e la fatica dei corpi che si affrontano sul fango del campo da rugby. Il pubblico ride e applaude a scena aperta, difficile sfuggire alla potenza della parola, all’energia della giovinezza che si mescola all’odore di sifcamina e olio canforato degli spogliatoi, al dolore del contatto fisico in placcaggio e mischia. Guizzi di gioventù che si impennano tra «la piova» e la nebbia del paesaggio, saettano tra le battute di Don Tarcisio («Tusi, mi no digo gnente ma gnanca no taso»), le “minacce” dei giocatori in campo («ara che so mato!» «ara che so’ cativo e te faso mal!»), le considerazioni “filosofiche” («dote sublime l’ignoranza, a rugby. Se pensi giochi male»). Nessun effetto nostalgia, nessun rimpianto, nessun confronto con le giovinezze di oggi in questo magnifico “Aprile”. Ma qualche nuvola scura minaccia la limpidezza del cielo. «Ero in terza media quando esplose la bomba in piazza Fontana a Milano, e alla maturità con piazza della Loggia a Brescia. Che razza di giovinezza mi è capitata?».Paolini non teme i ricordi. Ci sono gli agguati sotto casa, i ragazzi «sprangati», «sparati», «tirati sotto», l’odore delle botte, dell’asfalto, della violenza di classe. «Le bombe da noi hanno cambiato il clima». Sarà quel «circo di nuvole africane» sopra il comizio «dei fasci in piazza», saranno i blindati che bloccano le strade, saranno i celerini che marcano il territorio, i manganelli che saettano, il saluto romano. L’equilibrio fondato sulle regole si spezza, e lo scontro di piazza diventa «rissa colossale» con tragico imprevisto. Un ragazzo resta a terra, «lo menano, lo picchiano», e poi finisce all’ospedale in coma, «par che dorma».Il mondo non è più lo stesso, e Paolini lo sa. Un’ordinanza comunale, un po’ come accade oggi, «vieta di stare seduti o sdraiati in quella piazza per motivi di ordine pubblico», la «piova viene a lava via», ma quell’aria frizzante di aprile fa male al cuore. Lentamente l’attore si toglie gli abiti di scena e indossa calzoncini bianchi, maglia e calzini arancioni, scarpe da rugby. C’è bisogno di rugby, forse, per ritrovare le regole e modellare un mondo adulto; c’è bisogno di fango, placcaggio e gioco di squadra per ricostruire un universo dove le parole abbiano ancora un senso. E c’è bisogno di giovinezza per ridare energia ad una società avvizzita che si nutre solo di se stessa.

Il Gazzettino

Chiara Pavan

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