11 novembre 2009

La presenza di Marco Paolini in tv è sempre un evento da celebrare con soddisfazione. Lo è per la bravura dell’interprete, per lo spessore di quelle che vengono giustamente considerate delle «orazioni civili», per l’ironia che le pervade evitando i rischi dell’appesantimento moraleggiante, per l’assenza di intermezzi pubblicitari che consente una partecipazione intensa degli spettatori, senza sospensione del flusso narrativo. Inoltre Paolini sa rinnovarsi, mantenendo intatti stile e cifra artistica. In questo suo ultimo spettacolo Miserabili, io e Margaret Thatcher (lunedì su La7, ore 21,30) ha contaminato i classico monologo con squarci di teatro-canzone affidati alla band Mercanti di liquore, debitori dichiarati dell’esperienza teatrale di Giorgio Gaber che è stato ricordato con la riproposizione finale dell’indimenticabile verso fattosi slogan: libertà è partecipazione. Trasmesso in diretta dal porto di Taranto, in una struttura che non proteggeva il pubblico dal freddo pungente, lo spettacolo di Paolini ha preso spunto e pretesto dall’anniversario della caduta del Muro di Berlino per un excursus sulle modificazioni sociali ed economiche della società moderna, con divagazioni che abbracciavano le differenze culturali tra est e ovest, la crisi finanziaria, il modello consumistico imperante, la perdita di appeal delle ideologie, le sofferenze psicologiche ed esistenziali di un essere umano prigioniero di schemi mentali e comportamentali che lo rendono schiavo di una condizione miserabile non solo e non sempre ascrivibile alle ristrettezze economiche.

Temi duri e impegnativi (come lo sono d’abitudine negli spettacoli di Paolini) che qua e là hanno rischiato di accarezzare qualche luogo comune risaputo, ma che venivano prontamente riportati nella giusta carreggiata dalla sua capacità affabulatoria, da un senso de ritmo narrativo che si nutre dei giusti equilibri tra necessità di denuncia, afflato etico, sberleffo umoristico, mimica corporea e una costante capacità di tenere in pugno l’attenzione del pubblico.

Si è andati avanti così per due ore e un quarto abbondanti, senza soluzione di continuità, con una coda ulteriore di oltre mezz’ora dopo una pausa pubblicitaria che segnava lo spartiacque tra la fine dello spettacolo e il suo proseguimento sotto forma di dibattito con il pubblico.

Questa è stata la parte meno riuscita dell’evento, e servirà forse a Paolini per capire le controindicazioni di un coinvolgimento del parterre che è un’idea nobile e bella soprattutto sulla carta, ma che alla resa dei conti si trasforma fin troppo facilmente in occasioni di sterile sfogo per buona parte di quelli che prendono in mano il microfono. Se ne è accorto lui stesso, manifestando un evidente impaccio. Ovvio segnale che la dimensione naturale di Paolini è quella che si sprigiona nella magia dell’esibizione sul palco, e non certo in platea.

Il Giornale

Roberto Levi

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