11 novembre 2009

Si accorse che qualcosa di grosso stava cambiando quando vide che chiudevano le fabbriche e aprivano i solarium. La battuta è di Marco Paolini, autore e protagonista dei “Miserabili”. Un piccolo evento televisivo, in diretta su La7 dal terminal dei container di Taranto, davanti a un pubblico congelato dal freddo nonostante coperte e cappelli, corpo vivo della scena. Tra monologhi e canzoni brevi, brilla la rivoluzione degli anni’80 (con l’89 a illuminarli), l’economia thatcheriana in primo piano, armata vittoriosa che abbatte il muro di Berlino. Auditel raddoppiato.

Agente poderoso di una metamorfosi sociale, lo strapotere del mercato (quando le bolle finanziarie venivano orgogliosamente concepite per le future generazioni) si materializza nel racconto dell’attore.

Accanto ai solarium sfila una galleria di simboli dell’epoca (il walkman, il bancomat, il silicio …), strumenti di una rivoluzione, ricca e miserabile, con un comun denominatore: I’ipertrofismo dell’io che manda in soffitta la dimensione

collettiva. “Della società non mi importa più niente, esistono solo le donne, gli uomini e la famiglia”, monologa l’attore come recitando il nuovo vangelo della libertà.

Tutto quello che era pubblico parve vecchio e a rendere incerto, inafferrabile, confuso il reale ci si mise anche la scienza, la nuova fisica e le teorie della probabilità, che allontanano antiche certezze, l’idea di una realtà condivisa.

Discorsi complicati che I’arte di Paolini spiega con esempi di vita quotidiana mentre cammina attaccato a un carrello della spesa o arrampicato sul tetto di un container tra le mille luci rosse del porto. Accompagnato dalle musiche dei Mercanti di Liquore, sostenuto dai testi scritti insieme agli autori (Andrea Bajani, Lorenzo Monguzzi, Michela Signori).

Che attraversano I’ideologia della ricchezza senza limiti, della miseria senza speranza, come nei miserabili dell’800. Per arrivare alla domanda finale: “dopo venti anni di mercato feroce possiamo recuperale, possiamo ritrovare la società?”. Non si sa: non sempre dopo passaggi epocali è garantito il percorso inverso.

Al pubblico, congelato ma caldo, Paolini offre il microfono perché dica quel che ha apprezzato della performance, per raccontare come va la vita a Taranto. Le voci della platea escono dai cappucci per denunciare quello che non va. Ma non ricevono consolazione dall’attore. Anzi. Perché dire “tutta la politica qui è criminalità”, o “siamo peggio dei miserabili, siamo invisibili”, non lascia vie d’uscita. Alle generalizzazioni, che “vi fanno diventare realisti, e nel realismo c’è un po’ di miseria”, Paolini preferisce scommettere sulla speranza, fino a farne un fine. È la sua lezione.

Quando I’attore-affabulatore cattura I’attenzione della telecamera, succede che la oltrepassi inchiodando il telespettatore, gonfiando la nicchia de La7 fino al 5 per cento di share (con punte dell’8). Un esempio di linguaggio che funziona, una prova della grande tastiera che il servizio pubblico potrebbe suonare, se solo la Rai non ne avesse perso memoria, tramortita dalla bufala (degli anni’80 della comunicazione) che per il massimo ascolto devi pagare il prezzo della minima qualità.

Il Manifesto

Norma Rangeri

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