15 settembre 2017

A giudicare dai resoconti del festival veneziano e dai film italiani presentati a quello di Cannes, il 2017 è stato un anno buono per il cinema italiano. Non li ho visti tutti e non mi permetto di giudicarli, ma mi pare che, come sempre, si palesi una netta distanza tra quelli, diciamo così, italiani, e quelli, diciamo così, romani. Parlo del contesto antropologico ed economico che forma i registi, non delle ambientazioni dei film, che sono in netta prevalenza romane e accessoriamente napoletane, come se solo in queste due città ci fossero storie e situazioni degne di essere raccontate, con la differenza che i registi che raccontano Roma non sempre sono nati a Roma mentre quelli napoletani hanno radici più definite.

Forse perché i loro stessi registi in buona parte si sentono marginali, i buoni film romani e napoletani partecipano in genere di una fascinazione per la marginalità – ma non parlo, ovvio, di quelli finti, alla Sergio Castellitto. Come ai tempi del neorealismo, prima di Le infedeli di Mario Monicelli e Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni, mancano autori che, magari di origine borghese, si cimentano con il racconto della condizione borghese.

Una condizione ridotta peraltro a poche forze particolarmente cialtrone, culturalmente “berlusconiane” anche a sinistra, prive di una cultura che non sia quella, volgarissima, dei soldi e delle apparenze, del successo personale e dello spreco, e che ha sotto una massa di proletari piccolo-borghesizzati, ormai “un volgo disperso che nome non ha” e che si affida a ogni stagione a qualche demagogico, guru e tribuno (o tribuna) della politica, prodotto dalla mutazione economica e culturale di questi tempi.

A occhi aperti
Silvio Soldini continua a provare a raccontare onorevolmente una sorta di normalità. Ma Il colore nascosto delle cose è troppo poco crudele, troppo fiducioso nei buoni sentimenti per convincere. Che film diverso sarebbe stato se, invece di chiudere gli occhi come i suoi personaggi, avesse osato fermare il racconto nel momento in cui il personaggio del pubblicitario – un mestiere tra i più compromessi del presente, mai abbastanza vituperato – si allontana dalla ragazza cieca con cui si è incontrato e ha una storia. Oppure in quello della furia antipietista della cieca più giovane, che vede meglio, mi pare, di quel che non vedano gli autori.

Andrea Segre con L’ordine delle cose riesce perfino a narrare il mondo della politica, o meglio del funzionariato statale, affrontando il nodo attualissimo dei rapporti con la Libia, della questione dei migranti, dei “centri di accoglienza”, degli scafisti, dei morti in mare, dal punto di vista della politica, italiana ed europea e delle sue scelte. È il suo film più adulto, il migliore di una già onorevole carriera.

Dei film belli e importanti che si è potuto vedere ultimamente (Cuori puriA ciambraL’intrusa, tre film di Cannes e non di Venezia, quelli veneziani li si vedrà e discuterà via via) impressiona il sentimento di una sincerità assoluta. Sono di autori diversi tra loro, ma che si pongono di fronte alle cose e alle persone, e ai loro rapporti con il contesto italiano, per provare a raccontarlo e a volte a interpretarlo.

Tre film da Cannes
A ciambra di Jonas Carpignano è un film più di constatazione che di interpretazione. Racconta gli “anni di apprendistato” di un adolescente rom, Pio, in un paese calabrese, un ragazzo che per diventare adulto deve accettare le regole degli adulti che ha intorno: quelle della sua comunità rom (rom e non sinti), marginale da tutti i punti di vista, anche per la legge; quelle della comunità degli immigrati africani, che oggi sono marginali per definizione, ma si spera che le cose possano cambiare; e infine quelle della ‘ndrangheta. Pio, e con lui il regista, sembrano vivere e vedere solo questo dell’Italia. Difficile crescere tra queste forze e quella più debole degli immigrati che Pio tradisce per diventare adulto. Non sembra avere altra scelta, non ha altra scelta. Carpignano segue la linea della partecipazione totale alla vita del personaggio, gli sta addosso, amorevolmente e con angoscia. Diventerà un grande regista.

Roberto De Paolis in Cuori puri mostra una periferia romana dove le scelte sono ancora possibili, dove la prepotenza della società può essere combattuta dall’amore tra i due protagonisti e, sullo sfondo, dal gruppo a cui la ragazza appartiene. Un gruppo cattolicamente attivo, che sceglie una partecipazione cosciente, più religiosa che sociale, al dolore del prossimo, all’ingiustizia della società, a una bruttezza dei tempi che riguarda soprattutto chi sta ai margini e in basso. C’è però un riscatto possibile, in questo film, un modo di vincere la solitudine individuale e la fragilità che ne deriva, di risultare infine più forti, affettivamente e moralmente, di quella che sembra la condanna di chi sta in basso a restare in basso, in questi duri anni di ingiustizie massicce e prepotenti.

In L’intrusa ci troviamo tra i cosiddetti “operatori sociali”, dentro un’esperienza educativa nella periferia napoletana dove si impone il confronto tra i “buoni” che si occupano del prossimo, tra cui i bambini – puri o recuperabili di per sé –, ma anche certi adulti che partecipano di una cultura e di una pratica camorriste. La forza di questo film è di narrare una contraddizione centrale nell’esperienza umana e sociale di migliaia di noi, in questi anni, e di raccontare quasi per la prima volta i dilemmi degli operatori, su un fronte laico invece che cattolico.

Il regista Leonardo Di Costanzo lo fa come sminuendo il secondo a vantaggio del primo, con decisa (discutibile) sopravvalutazione del primo e sottovalutazione del secondo, che oggi è in realtà fragilissimo e di scarsa consistenza. D’altronde, prima del capolavoro L’intervallo, aveva nei suoi film-documentari idealizzato le figure di una preside e di una sindaca debitamente di sinistra. Ma viene da chiedersi quale aiuto sia arrivato e arrivi dalla cultura e dalla politica di sinistra ai non credenti che “operano nel sociale”. Grande merito del film è di rifarsi anche a una particolare tradizione napoletana dell’impegno sociale, che ha una storia degnissima, dall’Associazione risveglio Napoli alla Mensa bambini proletari degli anni settanta, e oltre.

Lontano dai salotti
Il film di Segre si distingue da questi tre non tanto per i suoi modi non documentari, anche se si serve dell’esperienza di documentarista del regista. Si distingue per una scelta di sguardo, che è di fatto politico, nel senso che affronta un grave problema politico e i modi di agire della politica e dei suoi funzionari di fronte a gravissimi e cruciali problemi attuali (non lo si faceva dagli anni settanta dello scorso secolo); e permette allo spettatore, con tranquilla fermezza, di capire, e di conseguenza di giudicare. E lo invita in qualche modo ad agire, a prendere posizione, schierarsi, lottare. Non è un film freddo, L’ordine delle cose, è anzi un film angosciante, ma esclude ogni forma di ricatto e, per fortuna, di confusione.

 Rispetto ai film del “sistema romano”, si muove in una direzione del tutto opposta, e di Segre si apprezza un sano rifiuto di quella “melassa psichica” che Italo Calvino rimproverava a tanto cinema italiano dei suoi anni, e i cui cascami affliggono il cinema “romano” e “ufficiale” di oggi. E si spera ardentemente che il suo esempio venga seguito, e che anche lui non lo dimentichi.

Altri film si potrebbero citare, e se ne parlerà prossimamente via via che usciranno. Ma il punto di arrivo di questo discorso è che il cinema italiano è molto vivo ed è davvero tra i migliori d’Europa – questo cinema però, non quello dei salotti del parlamento e della televisione.

Internazionale

Goffredo Fofi

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