02 novembre 2007



La Rai ha perso, ancora una volta, la possibilità di riscattarsi con i suoi utenti e soprattutto con i suoi utenti padani che, da anni, la fanno vivere versando l’obolo del canone. L’occasione era ghiotta per dare un segnale innovativo. Consisteva nel mandare in onda lo spettacolo teatrale ”Il sergente” firmato dall’attore Marco Paolini. Una chicca che, invece La7 (martedì sera alle 21.30) non si e’ persa dando prova di avere, quanto meno, capacità di recuperare il teatro in diretta tv e soprattutto di non offrire i soliti contenitori patinati del carrozzone romano intriso di pizza, spaghetti e mandolino. Primo punto a favore del lavoro di Paolini la città: si trasmetteva infatti da Vicenza. Secondo punto. Il contenuto. La pièce teatrale-televisiva ha preso spunto da un grande classico della letteratura contemporanea come ”II sergente della neve” di Mario Rigoni Stern; una delle più epiche storie della seconda guerra mondiale che ha come protagonisti i nostri alpini. Terzo punto. La mancanza assoluta della trita e ritrita retorica nazionalistica. Quarto punto. La capacità di Paolini di raccontare l’umanità delle nostre genti. Di quel ragazzi veneti, friulani, lombardi che sono stati mandati sul Don in Russia a combattere una guerra già persa. Si sono così sentiti i dialetti spuntare in tv con la generosità che queste lingue sanno dare ai sentimenti. Senza i soliti beceri sfottò romaneschi. Scolpiti nel linguaggio sono così spuntati Il bresciano, il vicentino, il bergamasco, il padovano. Finalmente dopo anni di cous-cous e di altre cianfrusaglie alimentari in tv si è parlato di polenta non in termini spregiativi, ma come sana tradizione di queste genti. Come piatto che unisce prima di tutto gli animi dei padani. Nel testo di Paolini è emerso tutto il senso del dovere di popoli che hanno avuto il solo torto di piegarsi, per secoli, al volere di uno Stato centrale che li ha mandati a morire prima sulle loro montagne e poi nelle praterie della gelida Russia. Altro che un popolo di anti statalisti come qualcuno ha detto, guardare ”Il sergente” è stato come fare un salto nelle radici padane. Dei nostri popoli. Delle loro tradizioni. Dei loro stati d’animo. E senza dimenticare, però, anche gli altri componenti della nazione Italia che hanno anche loro sofferto del centralismo romano. Una lezione che la Rai dovrebbe imparare. Che qualche soldo padano finisca anche in questi spettacoli. Lo chiediamo al vertici della Rai. Ascoltateci.

La Padania

Redazione

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