12 marzo 2015

“Non sono un cowboy, racconto avventure più che scenari esotici. E cerco di guardare gli uomini con gli occhi dei cani”

Marco Paolini si allontana dai territori politici, storici e civili, e parte per un viaggio. Affiancato da Lorenzo Monguzzi, voce de I Mercanti di Liquore, s’inoltra nell’universo di Jack London, scrittore e uomo dalla biografia romanzesca. “Ballata di uomini e cani” attraversa boschi, rifugi, ghiacciai del grande Nord: uno spettacolo «dichiaratamente d’avventura», da stasera a domenica all’Arena del Sole.

Paolini, quando ha deciso di dedicare un lavoro a Jack London?

«La genesi è di qualche anno fa, provai a esercitarmi sulla narrazione di alcuni suoi testi, e pian piano ne scelsi alcuni da mettere in scena. Sono tre episodi autonomi, Macchia, Bastardo e Preparare un fuoco; la formula del racconto breve mi ha suggerito l’idea di una ballata in forma di canzoniere, tenuta insieme dal personaggio dello scrittore come io l’immagino, in un periodo in cui i musicisti sono vagabondi di strada. Ma poi non sono partito dai contenuti, bensì dall’idea di un racconto di avventura in un’ambientazione potente».

Nella ballata la musica ha un ruolo chiave.

«Più importante del solito, perché le voci dei personaggi passano dall’uomo allo strumento e i musicisti sono anche attori. Mi sono ispirato alle ballate americane, alle canzoni di Woody Guthrie, ma pure a Rossini e Verdi: non volevo un immaginario troppo western, ho un punto di vista europeo, non posso travestirmi da cowboy».

Che tipo di relazione tra uomo, animali e natura emerge?

«I cani del Nord sono schiavi dell’uomo, lavoratori sottomessi che devono far fatica. London racconta le storie in maniera dinamica, i personaggi, uomini e cani, non sono uguali dall’inizio alla fine: la drammaturgia ideale. I suoi cani ragionano, hanno emozioni, sono protagonisti. Ma non sono ammaestrati come accade nei romanzi di Kipling, uno scrittore che io amo e che lo stesso London ammirava, benché infastidisse i suoi contemporanei impregnati di darwinismo, sostenitori di una natura libera e selvaggia».

E il rapporto con l’ambiente?

«Diffido di integralismi e visioni rigide. Non ho dottrine, non credo che gli animali siano migliori degli uomini, però mi piace immaginarli nel ruolo di protagonisti. Lo sguardo dei cani mi serve per raccontare gli uomini».

La Repubblica (Bologna)

Giulia Foschi

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