01 settembre 2017

Gli avvenimenti delle ultime settimane hanno reso ancor più attuale il film di Andrea Segre, “recuperato” come evento speciale dalla selezione veneziana. Per fortuna: perché si tratta di un film bello e importante, che parla di migranti, profughi e hotspot in maniera precisa, emozionante, senza retorica e senza colpi bassi, costruendo sapientemente una vicenda ma dimostrando soprattutto che, al di là della cronaca, il cinema di finzione può avere i mezzi per andare in profondità, per cercare il filo di un discorso intrecciando vicende individuali e collettive. Il fatto è che il progetto del film nasce anche da un lavoro pluriennale del regista in quello che si chiama “documentario partecipato”: un’esperienza di lavoro video in cui sono i migranti medesimi a raccontarsi in prima persona. Segre l’ha seguita con l’associazione ZaLab di Roma, e da lì ha tratto i riferimenti e il metodo per L’ordine delle cose. Non solo perché ha preso spunto dai racconti in prima persona, ma anche perché, dice, «le comparse che si vedono nel film sono veri rifugiati che hanno vissuto quell’esperienza, e sono stati selezionati non con un casting tradizionale ma attraverso una rete di soggetti attivi nell’accoglienza, e si è fatto in modo che fossero coinvolti in prima persona e ci aiutassero». Per questo motivo, nelle scene ambientate nel centro di accoglienza libico, il regista ha lavorato con due videocamere, lasciandone una libera di seguire gli avvenimenti alla maniera del documentario. Ma anche il soggetto prende spunto da testimonianze dirette, seppure dall’altro fronte. Protagonista è Corrado, funzionario del Viminale mandato dal ministero in Libia perché cooperi con le autorità e i centri locali per bloccare più possibile l’afflusso, dall’altra parte del mare. Aiutarli a casa loro, insomma: il che, nello specifico, significa stringere contatti con un losco potente locale, che accoglie profughi provenienti da varie parti dell’Africa, li blocca ed eventualmente, dietro congruo pagamento, li rilascia e li fa proseguire (a interpretarlo è un’altra figura che è stata un riferimento per il film, il giornalista libico Khalifa Abo Kraisse). Il problema è che Corrado entra in contatto con una donna somala che gli consegna qualcosa da portare in Italia e da lì l’uomo s’incuriosisce e comincia a conoscerla a distanza, trovandosi diviso tra il dovere di solerte funzionario, e l’impulso ad aiutare un essere umano secondo coscienza. «I molti Corrado che abbiamo incontrato» racconta Segre, «ci hanno ripetuto che la regola numero uno, la cosa principale per riuscire a fare il loro lavoro, è proprio non estrarre dai numeri la persona, rimuovere il fatto che si tratta di singoli esser umani. Insomma, evitare di incontrare l’altro: che è curiosamente il contrario di quel che deve fare di solito un poliziotto, cioè mettersi nei panni dell’altro, ragionare col cervello dell’avversario. Perché in questo caso, si tratta di un falso avversario, e loro lo sanno. Questa situazione psicologica ha fatto scattare l’idea del film». Segre aveva già raccontato personaggi di immigrati in due lungometraggi di finzione. Io sono Li e La prima neve, ma questo è il suo film migliore. La morale non è consolatoria, i dilemmi e il contesto vengono spiegati in maniera non semplicistica. Il protagonista, ben interpretato da Paolo Pierobon, i suoi andirivieni con la Libia (ricostruita per lo più in Sicilia e in par te in Tunisia ), sono raccontati con credibilità, e la regia rende visibile la sua crisi personale inserendolo in inquadrature eleganti, composte, che vengono poi incrinate leggermente con l’uso della macchina a mano. Come accompagnando il vacillare del protagonista e delle sue certezze.

La Repubblica

Emiliano Morreale

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