24 luglio 2013

«UNO dei posti più tristi del mondo», dice delle Ogr, un po’ provocatoriamente, Marco Paolini, figlio di ferroviere, che ama i treni ma non ha voglia di farla tanto lunga in romanticherie sull’ archeologia industriale. Stasera alle 21.30 per “Parole dal vivo”, nel Cantiere Ogr si esibisce con il “mercante di liquore” Lorenzo Monguzzi; un recital – “Song n. 14” – nel quale, per una volta, è l’ attore/star a far da “accompagnamento teatrale” al musicista e non viceversa. Lo spettacolo è sold out. Paolini, che effetto le fa esibirsi alle Ogr? «Conosco benissimo le officine, mi portò a vederle un amico architetto appena dismesse. Un luogo affascinante dal punto di vista estetico, ma sono stufo di visitare ex luoghi, di fare teatro in posti che sono ex qualcosa, tra un po’ sarà ex anche il teatro. E non mi rassegno all’ idea che questa economia leggera, questa società liquida nella quale non ci sporcano le mani, si porti via una storia di lavoro manifatturiero, un patrimonio di saper fare che caratterizza la nostra cultura ed è il solo punto cardine sul quale costruire un futuro». “Song n. 14” si annuncia come un «concerto teatrale» nel quale la parola sembra avere un ruolo quasi secondario. È così? «Sulla carta è così. Faccio la spalla. Ho annunciato che avrei fatto un passo indietro. Poi, una volta sulla scena, ho intenzione di riprendermi lo spazio. Però non lo dicaa nessuno…». Domanda di rito: qualè il suo rapporto con Torino? «Altrove, alla domanda, mi arrampico sugli specchi. Qui posso rispondere con franchezza: questa città, dove con Settimo ho trascorso sette anni della mia vita, una città che per me è sinonimo di amianto, di Thyssen, nonostante tutto mantiene una grande credibilità ai miei occhi. Un luogo di democrazia, forse il solo in questa Italia dove possa crescere una classe politica e si possa immaginare un futuro di cittadinanza. Il mio guru? Carlin Petrini. Ma voglio vederlo con la vanga in mano».

 

La Repubblica

CLARA CAROLI

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