27 novembre 2016

 Ettore, fotografo di guerra freelance, e il piccolo Primo sono i personaggi dello spettacolo Una sorta di “Blade runner” all’italiana tra Mestre e Belluno

Viviamo immersi nello spazio della memoria, concentrati nella distillazione delle esperienze vissute, delle gioie o cicatrici lontane, e forse per questo il futuro ci pare vago, indefinito, imperfetto, ci mette ansia. «Ecco perché io ve lo dico prima», dice scherzando dal palco Marco Paolini che quel futuro lo rende nitido e narrabile in Numero Primo (dal 29 è al Teatro della Corte di Genova), capitolo iniziale di una trilogia e studio per un nuovo “Album” come spiega lui, riferendosi al successo dei suoi esordi, quando sulle proprie reminiscenze infantili raccontò una trascinante biografia collettiva dell’Italia tra i Sessanta e gli Ottanta.

Ora siamo sempre lì, tra Mestre e Belluno, ma “un domani”, negli anni Venti del Duemila, a rivoluzione tecnologica avvenuta, e dentro la storia di un bambino e suo padre (Paolini è diventato papà un anno e mezzo fa) meno comica di altri lavori, più surreale, più alla Benni o alla Pennac di cui ricorda la concreta umanità di personaggi assurdi.

Ettore Achille (“Per farla uno a uno tra achei e troiani”), fotografo di guerra freelance, riceve da una donna siriana, conosciuta solo per voce via web, la preghiera di prendersi cura del figlio perché lei sta morendo. Il piccolo Nicola (come il protagonista dei “primi Album”) si fa chiamare Numero Primo e per i suoi cinque anni è un po’ strano ma considerevolmente intelligente: risolve calcoli matematici, ha pensieri filosofici e quando a Zoppè, in Cadore, viene assalito da centinaia di api e migliaia di formiche rufe mentre le difende dal fuoco dei ragazzini, ne esce sano, indenne. Strano. Intanto, come novelli Pinocchio e Geppetto, Ettore e Primo si avventurano in una sorta di Blade runner all’italiana. Divertente il racconto dei cinesi di Mestre o la straordinaria scena della sommossa multietnica sotto la casa di via Piave, o l’arrivo a Trieste nell’elementare “Steve Jobs” governata dalla app “Vivi la scuola” con accesso interattivo alle lezioni, ma dove basta un jurassico pidocchio a scatenare un vortice di follie e antichi razzismi.

La “nevicata artificiale” finale e la fuga di Primo inseguito da topi e gabbiani sembra “l’invasione degli ultracorpi”.

Come i vecchi, anche questo Album 3.0, è tutto affidato alle doti di Paolini (coautore con Gianfranco Bettin) in una trama di impressioni e sensazioni tra il diario in pubblico e la metafora, il sentimento della verità e la favola, e un attore che non ha l’aria di interpretare. Solo sul palco vuoto, s’infila in una rete di complicità con lo spettatore e va avanti col calore della sua presenza e a questo filo si sovrappongono le belle immagini sullo schermo nella parete di fondo (tra cui pagine di vocabolario con l’etimologia di alcune parole). Poi certo, come sempre, gli spettacoli di Paolini per funzionare richiedono tempi di rodaggio, tagli (c’è un prologo di quaranta minuti per esempio che può tranquillamente ridursi a cinque) e anche un po’ di lavoro dello spettatore, una generosità di attenzione forse maggiore che in altri lavori.

Ma se ne viene ripagati.

 

La Repubblica

Anna Bandettini

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