02 febbraio 2008

Classe 1956, Marco Paolini. Come Miguel Bosè, cantore dell’ annata, “bravi ragazzi siamo, amici miei; tutti poeti noi del ’56”. Figurarsi Paolini, che poeta lo è nel senso migliore del termine, “chi riesce a esprimere una spiccata originalità artistica interpretando poeticamente la realtà” ( De Mauro) : eccolo lì. Ieri sera è tornato su La7, in diretta da Cortemaggiore, con “Album d’aprile” rielaborazione di uno spettacolo teatrale già trasmesso da Raitre, però registrato e dunque con la possibilità, come dice lui, “di correggere gli inestetismi”. Ma l’attore frequenta i palcoscenici, e dunque non è stata una diretta a spaventarlo. Si parla anche di rugby, nell’ “Album”, e il torneo “Sei Nazioni” è in onda da ieri su La7. Sinergia positiva: un attore, una rete, un reciproco sostengo, un modo di credere in un progetto comune e poi realizzarlo. Paolini racconta gli Anni ’70 in provincia, il bar della Jole, la squadra di rugby, la politica, gli striscioni e i tazebao e il cineforum. Era così, non è vero, bravi ragazzi del ’56? E’ bello rivedere l’attore, risentirlo. Nel suo modo caratteristico di fare teatro, personale e insieme universale. Che riesce a raccontare il paese. Si dice che non è un momento felice per la prosa, da noi. O ci sono le commedie leggere, con i personaggi tv che fanno da esca; oppure si spendono soldi, meglio se pubblici, per spettacoli che allontanano il pubblico. In tanto ci pensa la fiction, a descrivere l’Italia. Ma Paolini il pubblico non lo allontana: parla il suo stesso linguaggio, anche quando parla dialetto.

La Stampa

Alessandra Comazzi

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