26 giugno 2013

A 33 anni dalla strage Marco Paolini durante lo spettacolo «Racconto per Ustica» nella versione diretta da Ferrario: pensato per la tv, venne registrato nel 2002 a Gibellina, con il Cretto di Burri come scenografia Ora Paolini ha aggiunto una introduzione sulla sentenza della Cassazione di alcuni mesi fa
Esattamente 33 anni dopo quella notte del 27 giugno 1980 in cui il DC9 Itavia ITIGI sparì dai cieli sopra a Ustica con i suoi 81 passeggeri, e a pochi mesi dalla storica sentenza della Cassazione che definisce in un missile la causa della sua distruzione, la neonata LaEffe (canale 50 del DTT free) mette in onda domani sera alle 21,35, per la prima volta in chiaro, Racconto per Ustica di Marco Paolini nella versione diretta da Davide Ferrario: pensata per la tv, venne registrata nel 2002 a Gibellina, con il Cretto di Burri a fare da scenografia.
Marco Paolini, di questo spettacolo esistono diverse versioni.
«Questa e quella mandata in onda da Rai2 nel 2000. Ma non ero convinto di un lavoro fatto in tempi troppo brevi. Le parole hanno bisogno di decantare. L’ho quindi ripreso in mano, ho approfondito la conoscenza degli atti dell’istruttoria e sono giunto a una forma più semplice e asciutta e, secondo me, più efficace».
Cosa c’è al centro di «Racconto»?
«Lo spettacolo parte con le registrazioni audio (quanto resta, almeno) di quella notte. Quindi racconto i “cieli”, cioè la successione di spazi in cui si muove l’aereo, circa un’ora di volo, da un radar all’altro, ciò che c’è e ciò che manca, sulla falsariga dell’istruttoria del giudice Rosario Priore».
Ha apportato qualche intervento dopo la sentenza della Cassazione?
«C’è solo l’aggiunta di una breve introduzione in forma di intervista in cui non commento la sentenza, ma esprimo il mio scontento. Se da una parte è resa giustizia ai familiari, non si arriva a spiegare come accaddero le cose. Sono convinto che a una ricostruzione lineare dei fatti si arriverà solo quando in altri paesi decadrà la secretazione dei documenti: e non sarà per mano di un italiano, temo, né della magistratura, forse di un giallista…».
Neppure lei dà risposte, quindi.
«Le sole accettabili devono arrivare dagli atti giudiziari. La storia narrata e quella giudiziaria possono convivere ma la prima non può surrogare l’altra. Anche se questo è, purtroppo, un vizio nazionale, quello di volere un finale e non appassionarsi alla ricostruzione. È un atteggiamento che non mi piace e alimenta un sottobosco da cui prendo le distanze. Tuttavia è vero che come io rimasi sconvolto da Muro di gomma, il film di Risi su Ustica, così spero che Racconto smuova ed educhi».
Cosa intende per «sottobosco»?
«Mentre preparavo e portavo in scena Racconto, sono diventato l’oggetto di ingerenze varie: intercettazioni, interpellanze parlamentari, provocazioni… Mai minacciose ma insistenti, melliflue, sgradevoli. Non ha idea di quante persone – mitomani, millantatori, provocatori -abbiano preferito venire a confessare a me piuttosto che al magistrato di essere a conoscenza di fatti sostanziali. Mi sono sempre rifiutato di ascoltarli».
Vajont, Ustica… affronterà altri argomenti controversi?
«Porto Marghera, l’uranio impoverito, la bolla economica di fine millennio sono temi che ho affrontato seppure non programmaticamente. Non voglio diventare lo specialista delle sfighe italiane. Un ruolo comodo ma diseducativo quello del grillo parlante delle debolezze del nostro Paese».

La Stampa

Adriana Marmiroli

Share →