24 luglio 2013

Sul palco con il musicista Lorenzo Monguzzi in un «concerto teatrale»

«La mia ambizione è fare Gianni Agus». Scusi? «Sì, fare la spalla». Sta scherzando, proprio lei non vuole stare al centro del palcoscenico per tutto il tempo necessario ad arrivare in fondo alla storia? Riarrotola il filo ironico appena trapelato, ma non nega il piacere di non avere sulle spalle un intero spettacolo: «Mi diverte entrare negli intervalli, valgono il mio spazio per il racconto breve». Così funziona in «Song n. 14», così funziona Marco Paolini in questo lavoro progettato con Lorenzo Monguzzi, voce e chitarrista adesso solista dopo la lunga carriera con i Mercanti di Liquore, che stasera alle 21 è ai Cantieri Ogr (corso Castelfidardo 22; ingresso 10 euro) per «Parole dal vivo».

Niente di nuovo la loro collaborazione, cominciata nel 2003 con «Song n. 32» – «I numeri alle nostre “canzoni” li diamo a caso” svela Monguzzi, e a proposito dell’esordio ricorda: «Con Marco ci siamo conosciuti sul palco del 25 aprile 2001 a Milano dentro un ex ospedale psichiatrico, io ero lì con i Mercanti. Alla fine, sotto una pioggia scrosciante, lui ci dice: “Mi siete piaciuti, vorreste mettere nel mio spettacolo le vostre canzoni?”. Nello stomaco ho fatto un salto, ovvio, ma mica ci credevo» – e da allora la band lombarda e l’attore veneto hanno lavorato insieme su testi, musica e incisione di dischi. «Questa, però, è la prima volta che un nostro spettacolo parte completamente dalle mie canzoni» continua Monguzzi.

«Tra noi è un passarsi la palla, la scaletta è libera». E per questo lo definiscono un «concerto teatrale», dove Paolini regge il ruolo della «spalla» per quanto poco lo si riesca a immaginare: la sintesi come la governa? «Sto imparando e premetto che, pur in breve, qualche contenuto c’è» dice l’attore divertito. Quindi segue un argomento? «L’ho trovato, un po’ autobiografico, perché mi serve la mia storia per parlare del lavoro culturale». «Io non sono un individualista, voglio avanzare seguendo progetti. E non sono un’avanguardia che crea pensieri, ma che vive per mettere in circolazione i pensieri. Per questo quando a Torino, tanti anni fa, ho incontrato Gabriele Vacis e il Teatro Settimo, ho trovato chi voleva compiere lo stesso percorso» prosegue. E’ la radice dei racconti di «Song n. 14», «di chi non si arrende al realismo dei tagli raccontandolo con ironia, senza comizi. Come fanno Davide Ferrario, Laura Curino e Vacis».

Un aggancio con la città spontaneo anche per Lorenzo Monguzzi, «non ho mai avuto un rapporto assiduo con Torino, ma costante, possiede la vitalità» e ci pensa su un momento: «Mi torna in mente un locale, i Magazzini di Gilgamesh, ero stato lì a suonare con un gruppo rock, gli Zoo, e poi Hiroshima, sia con i Mercanti, sia con Paolini». Tutt’altra atmosfera quella delle Ogr, che il cantante non conosce: «Forse è anche diventata una moda recuperare gli ex spazi industriali, molto suggestivi». E che Paolini invece ha bene in mente: «Ci sono stato la prima volta per Biennale Architettura». Alle Ogr riparavano i locomotori, il suo amico Gian Maria Testa ha detto che lei ha una passione incontenibile per i treni e che ha un plastico pazzesco: è vero? «Vero, con il papà ferroviere suona genetico, però Gian Maria è rimasto indietro, ho cambiato casa e ho dovuto rinunciare al plastico. Alle Ogr so che si sente ancora l’odore dei treni».

La Stampa

TIZIANA PLATZER

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