16 dicembre 2017

TRENTO – Se i racconti fantastici  di una volta iniziavano con il familiare e rassicurante «c’era una volta…», la «fiaba» che Marco  Paolini ci presenta in questi giorni al Sociale per la Stagione
di prosa con il titolo Le avventure di Numero Primo si spoglia di tutte le caratteristiche del passato remoto per assumere invece la dimensione futuristica del tempo che verrà, lasciando al presente il compito di fare da ponte.
Un ponte sul quale l’attorescrittore bellunese si posiziona nel suo ruolo di un narratore diverso da quello a cui eravamo abituati, ma non per questo meno accattivante. Anzi. Davvero coraggiosa e nuova la sua scelta di guardare avanti anziché indietro, per scegliere una strada nuova, magari meno immediata, più complessa e non sempre facile da decifrare nelle due ore di spettacolo, ma proiettata verso una visione ampia e di grande respiro che porta lo spettatore ad immergersi in un mondo dove la tecnologia impera, nel bene e nel male, lasciandoci addosso un vago senso di inquietudine ma allo stesso tempo maturando la convinzione che forse, se ben utilizzata,  può «incentivare la speranza, accomunandola alla fiducia per la natura» come Paolini indica nel finale.
E la fiaba è diventata un viaggio, quello di un uomo, non a caso un fotografo di guerra free lance,  non per nulla chiamato Ettore – Achille, che conosce online una donna siriana di nome
Hechné che, in punto di morte, gli affida suo figlio di cinque anni, Nicola, denominato Numero Primo, un bambino dolcissimo, che riesce sempre a vedere tutto in positivo, perseguitato da
un moderno Erode. 
Il viaggio, a cui partecipa anche una capra acquistata su Amazon, ha delle mète ben individuate e ricche di significato, riconoscibili per i nomi, ma nuove per la proiezione che Paolini affida loro: dal mondo fantastico ed irreale di Gardaland alla fabbrica di neve artificiale di Porto Marghera, con una sosta alla scuola (ex Carducci) di Trieste intitolata a Steve Jobs. 
E tutt’attorno un’umanità eterogenea e variegata, capace anche di preziose solidarietà, ma anche di scontri feroci, raccontata con lo stile e la bravura che ormai sono diventati i codici di riferimento di questo artista che si diverte a colorire il monologo di espressioni dialettali venete e di battute, riscaldando il motore di uno spettacolo che ha il suo maggiore impatto nella parte centrale, quella più riuscita, proposta fra un inizio che, per la natura dei temi affrontati, ha bisogno di essere macinato ed un finale (lasciato volutamente aperto) che necessita di un ulteriore colpo d’ala per circoscrivere in bellezza un lavoro scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin,  (libro disponibile nel foyer del teatro durante le serate di rappresentazione, autografato dall’autore).
Scenograficamente indovinate le tavole illustrate di Roberto Abbiati e d’impatto gli inserti del Coro Giovanile Città di Thiene e la musica originale composta da Stefano Nanni. Applausi lunghi
e convinti per per un artista che non tradisce mai le aspettative.

L'Adige

Antonia Dalpiaz

Share →