13 febbraio 2016

TRENTO – Si respira un’aria diversa ascoltando Marco Paolini in scena sul palco del Teatro Sociale con il suo nuovo lavoro Ballata di uomini e cani – dedicata a Jack London fino a domenica per la Stagione di prosa. E non solo per il taglio di uno spettacolo che si differenzia da quelli che hanno prevalentemente caratterizzato il suo percorso artistico, ma per quel senso di libertà che gli permette di confrontarsi con una parte nuova di sé, forte di quel “potere” che l’esperienza condita di coraggio e curiosità riescono a mantenere stimolante e buono. Lui conosce, conosce gli strumenti di un’arte, principalmente quelli della narrazione, che ha bisogno di testa e cuore, ma anche di voce e della capacità di plasmarla per trasferire parole ad emozione. E sul palco mette tutto a disposizione di un percorso non facile, perché Jack London, come dice lui stesso, scrive “non per i bambini, ma per i grandi” e tante sono le sollecitazione che le sue storie propongono. Storie crude, confronti e scontri fra uomini e animali, in terre selvagge, in situazioni estreme. Rabbia, dolore, odio, riscatto, ma anche bisogno d’amore si rincorrono in pagine e pagine dove tutto chiama e respinge, dove ogni cosa ha il suo contrario e la sua ragione d’essere. Uomini e cani.  Incapaci di mettersi in relazione, vittime delle loro stesse scelte e dalla mancanza di un pensiero lungimirante, della voglia di entrare nell’altro e capire. Un tema di spessore, quello affrontato da Paolini, attingendo da tre racconti di Jack London “Macchia”, “Bastardo” e “Preparare un fuoco”, esposti con un taglio che si mantiene prevalentemente narrativo, in una scenografia suggestiva e indovinata, con un fondale sul quale campeggiano delle taniche bianche (distribuite anche in scena) e trasformati di volta in volta in tasti della macchina da scrivere. Chiari riferimenti alla vita di London, personaggio in cui l’attore inizialmente si cala: il vagabondo, continuamente in viaggio nella sua breve vita, come lo è stato Zaher Rezai, ragazzino afgano che Paolini rievoca, ucciso nel 2008 dalle ruote del camion, mezzo che rappresentava la sua via di fuga e di salvezza. Un legame fra ieri e oggi, fra letteratura e vita. Binari che sempre e comunque si intrecciano e rendono le storie dolorosamente attuali. Non molta la movimentazione di scena (in prevalenza l’attore narra le vicende in un soppalco), ma di effetto i supporti cromatici e soprattutto il prezioso supporto delle musiche offerte dal vivo da Lorenzo Monguzzi (che le ha composte), Angelo Baselli e Gianluca Casadei. Importante il loro ruolo per vivacizzare uno spettacolo che mantiene complessivamente una buona tensione, con qualche indebolimento però nella parte finale, che avrebbe bisogno di qualche sforbiciata e di qualche intuizione in più per conservare inalterata quella curiosità e piacevolezza che i due racconti iniziali erano riusciti a tramettere. Tutto esaurito e tanti applausi per un attore molto amato, tornato in Stagione a Trento dopo diciotto lunghi anni di assenza.

L'Adige

Antonia Dalpiaz

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