14 dicembre 2016

Il viaggio di un papà con il suo bambino, da Porto Marghera  a Trieste, è anche uno spunto per parlare di futuro, tecnologia e fantascienza.

“Numero primo”, in scena al Teatro Nuovo fino a domenica, è un “esperimento teatrale in capitoli”, come recita la didascalia alle spalle di Marco Paolini che qui l’anno scorso passò con Amleto a Gerusalemme. Ma non è del tutto così. Innanzi tutto perché l’introduzione è già ingessata, lunga e un po’ didattica; spiega l’evoluzione del progresso, la tecnologia dalla selce al silicio, le nuove relazioni con il cellulare e il genoma. Un po’ alla ITI Galileo per le diapositive proiettate. E’ un necessario trucco drammaturgico per convincere la platea di quanto il futuro sia già nelle sperimentazioni scientifiche della contemporaneità e l’etica non sempre è a braccetto con la tecnica. “Ciò che faccio ora non lo potevo immaginare prima”, ci dice Paolini e per questo, diciamo noi c’è la fantascienza che proietta nel futuro storie. Che Paolini ama raccontare, per due ore. 

Storie come quella di Numero primo, bambino figlio di Ettore e di Hechné: una sfida alle aspettative dei fans, numerosi alla “prima”. Nicola c’è ma non è quello di don Tarciso e della Norma. Si chiama Nicolas e ognuno può vedere i topi de la Peste di Camus, o Marcovaldo passando per Nick (altro Nicola) e il Glimmung, una creatura uscita dalla penna di Philip Dick. E’ lo stesso Paolini a dirci che la pioggia di Gardaland è quella di Blade Runner, le atmosfere assomigliano, ma in realtà la neve artificiale di Porto Marghera ci è familiare come l’hinterland, le botteghe de cinesi e Amazon. Paesaggi così domestici e per questo irritanti come i Cari mostri di Stefano Benni: esasperazioni, paradossi, specchi che distorcono le anomalie del presente con i suoi problemi (il Mose) e i suoi bisogni (l’integrazione degli extracomunitari). La fantascienza è solo un vestito da far indossare ai fastidi di sempre di Paolini, la banalità del linguaggio, la stupidità delle abitudini, la pochezza di poesia nelle relazioni. 

L’operazione è apparentemente spiazzante. Manca quel Lorenzo Monguzzi che ha sostenuto le ballate di Paolini, ora solo come i Numeri primi, appunto, del best seller. Siamo in un futuro indeterminato ma, lo dice Paolini stesso, “si fa fatica a disfarsi di ciò che si ha”, e così non ci si disfa dei riferimenti narrativi (il testo è scritto assieme a Gianfranco Bettin) e il viaggio di Numero primo (con capra) è in un Nordest che si affolla di nomi entro coordinate note. Quelle sicure: i dialetti veneti, i gergagli degli stranieri che impastano l’affabulazione di terra, la natura delle montagne e ancora ciò che fa ridere: vedi l’episodio dei pidocchi alla scuola Steve Jobs di Trieste. E quelle meno sicure come, sul finale, il recitato un po’ posticcio tra il padre e la “madre” all’ospedale. 

Senza il prologo scientifico non ci saremmo accorti che questi raccontini appartengono al domani prossimo. Sono pagine di Album senza soluzione di continuità, frammenti di apocalisse sparsi in un labirinto come quello de il Milione, come quello di una rete internet, senza porta di accesso e di uscita. 

L'Arena

Simone Azzoni

Share →