01 novembre 2007

A proposito della pièce di Paolini, trasmessa martedì da La 7, “II sergente”. E stato detto tutto il bene possibile. Così, dovendo ora scrivere questo pezzo. Mi vedo costretto a buttarmi sul male. Con la premessa che, nell’offerta delle reti in chiaro, è auspicabile l’esistenza di una prima serata siffatta – a prescindere dagli appunti ché muoverò. Mentre in relazione a numerosi altri programmi ci sarebbe da augurarsi giusto il contrario. E che eccellente si è rivelata l’introduzione ospitata dal talk di Ferrara. Segnatamente nelle parole di Piera Degli Esposti che, com’è usa attraverso il suo linguaggio celato e allusivo, diceva ben oltre ciò che pareva affermare. Stimolando interpretazioni complesse che avrebbero poi trovato modo di concretarsi nella diretta a seguire. Poiché è vero che Paolini afferra il suo oggetto. E lo rende avvincente agli occhi del pubblico. Pervicacemente inseguito dalle telecamere. Sì da amplificare l’esca dell’altrui interesse. Ma il suo talento e la sua forza si alimentano dell’oggetto che ha prescelto. In definitiva arrivando a cancellarne l’identità – si tratti del Vajont o della ritirata di Russia – in un’onnivora espressione comune. Che teatralizza nel senso più immediato del termine. Trovando in tal modo un consenso che rappresenta un tributo alla sua persona in azione. Ben più di quanto possa esserlo alla pièce che mette in scena – anziché toglierla, come avrebbe di certo preteso il Bene che fu Carmelo. E che sembra aver portato con sé sul palco per poter essere, ancora una volta, Paolini. Piuttosto che portare Paolini per scioglierlo- una volta e mai più- nella pièce.

Libero

Redazione

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