03 febbraio 2008

Paolini ha scelto la logica del presepe, l’ infinitamente “local” strada rischiosa e vischiosamente pre-goldoniana, ed è riuscito a fare un piccolo miracolo. Ci vuole testa e bravura per raccontare una storia collettiva vergognosa, come ha fatto in altre occasioni, giusto per far brillare epiche compresse dallo sgradimento del potere. Ma cosa serve in teatro per far splendere de Agrigento a Bolzano una piazza nebbiosa del Nord, una squadra di rugby nata in oratorio, un bar annebbiato da rutti al “folpo”? Sappiamo solo che quella rastrelliera di personaggi tenuti insieme dall’essere, al di sopra di tutto, “gentiluomini”- come precisa lo stesso autore- vanno di corda ad infoltire un Olimpo in cui giocano a pallone i desperados zavattiniani di “Miracolo a Milano”, tutti gli eroi di Jannacci, il Fo-contadino di “Ho visto un re”, il ferroviere suicida della “Locomotiva” gucciniana e pochi altri. Paolini, ci sembra, ha provveduto a mettere a segno una promozione mitologica che riguarda un pugno di nessuno in cerca d’autore. E’ l’amore dell’autore nei loro confronti che provvede a liberarli di ogni responsabilità, a renderli innocenti come si deve, a far in modo che i loro difetti, le picole codardie come le loro angustie neuronali prima che culturali, si trasformino in laghi di tenerezza in cui è bello affondare portandosi appresso i propri sensi di colpa. E’ un Olimpo che educa senza volerlo fare, perché ogni volta che si imbatte in quella innocenza si illumina in parallelo il senso di una vita privata, la nostra, sistematicamente azzerata dall’ abbaglio prodotto dallo spettacolo del potere, nei suoi riti non solo televisivi. Vogliamo dirla tutta? Ci è sembrata una bellissima pagina di storia di lotta di classe. A partire dal linguaggio, il veneto- finalmente espropriato alla Lega- molto fisico che pare non veda l’ora di liberarsi in uno slang ruzantiniano nato non distante dalla piazza in cui ruttano “folpi”- polipi- i nostri santi rugbisti per “marcare” la nebbia, ossia il territorio, parte alta. La sequenza finale, con carica della polizia contro gente e rugbisti- quindici- che protestano per il comincio fascista è cinema puro, vai che esageriamo, tra Eisenstein e Korosawa. Ciappaqua. Caro Marco, leggi questa se non la sai, si tratta di un ragazzo che di notte guarda il cielo stellato accanto alla sua ragazza e dice: ” soto ‘sto smerdareo de stele, te pinciaria come ‘na motosapa” . Ovviamente, “Album d’aprile” ha fatto un botto di ascolti, che non guasta.

L'Unita'

Toni Jop

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