02 aprile 2017

“Numero primo”, il tour nella nostra regione «Un padre e un figlio generazione 3.0»

Come ogni teatrante vero che si rispetti, che senta la responsabilità civile del suo mestiere, che abbia a cuore il teatro come luogo unico di incontro tra persone vive per riflettere, emozionarsi, porsi domande e instillarsi dubbi, Marco Paolini ancora una volta gioca allo spiazzamento. Rifuggendo i lidi comodi del successo e rifiutandosi «di campare per credito accumulato», con il suo nuovo spettacolo, settimana entrante in diversi teatri della regione, ti porta dritto dritto al cuore del problema principe e meno affrontato del nostro tempo che è il futuro come bene comune.

Perché «se mi metto a 60 anni compiuti ancora a parlare di memoria puzzo di retorica e l’idea di essere classificabile tra i saggi mi irrita, preferisco entrare nella categoria dei pazzi, che sono quelli che parlano di futuro».

E lo fa con Numero primo, monologo scritto con il sociologo Gianfranco Bettin in cui immagina come sarà tra cinquemila giorni il mondo a lui caro, il Veneto che arriva a lambire anche il nostro territorio, nel racconto di Ettore, un fotoreporter alle prese con un figlio, Numero primo appunto, generazione 3.0.

«Una sfida, ci racconta, perché è molto più difficile fare previsioni sul futuro a breve che a lungo termine. Eppure il futuro prossimo dovrebbe far parte di un orizzonte a cui guardare con attenzione. Un presente dilatato come quello in cui viviamo rischia sia di cancellare la memoria del passato, sia di inibire ogni ragionamento sul futuro, dando per scontato che si tratti di un aggiornamento del presente, un aggiornamento compatibile con il presente. Qualcuno ha parlato di fantascienza a teatro, «chiamiamola anche così: quello che ci stava cuore era esplorare la nostra capacità o disponibilità di prendere in considerazione i destini ancora tutti da definire del nostro futuro tecnologico».

E lo fa affrontando domande inerenti il rapporto di ognuno di noi con l’evoluzione delle tecnologie, il tempo della nostra vita che esse occupano, il confine tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale.

«Domande, precisa, alla quali non diamo risposte certe, perché il problema è culturale: la tecnologia, come ai tempi di Galileo la magia, è entrata di prepotenza nella dialettica tra scienza e pensiero filosofico, addirittura li precede, permette alla scienza di arrivare a scoperte altrimenti per lei irraggiungibili. E questo ci impaurisce o ci entusiasma: la tecnologia ci sta educando a una condizione adolescenziale permanente da Paese dei balocchi».

E qui entra in campo la favola, la narrazione teatrale.

«Il nostro protagonista è una specie di Pinocchio del nostro tempo, un bambino che è diverso, il figlio prossimo che ci mette davanti al Nuovo, alla necessità di respingerlo o accettarlo, in fondo tutto ciò che è tecnologico è come un figlio: quando son piccoli sono tutti belli, poi crescono e ti domandi perché non l’hai ammazzato prima. Il rapporto che abbiamo con la tecnologia è lo stesso, ci abbaglia e ci spaventa.

Abbiamo messo tutto questo in una fiaba, che come tutte le fiabe è crudele e dolce al tempo stesso.

Da me la gente si aspetta che parli di cose vere e fa fatica ad associarmi a un esercizio di immaginazione che io ritengo sia una delle chiave per uscire dall’oppressione del realismo, per esercitare nei confronti del futuro non tanto l’arte di indovinare, quanto fornire delle bussole per orientarsi nel futuro. Voglio capire se sia possibile, interrogandosi, determinare il futuro e rimettersi al suo centro».

Per questo, oltre a pubblicare la favola per intero in un volume di prossima uscita, Paolini ha aperto un sito in cui discutere con la gente non tanto dello spettacolo quanto dei temi trattati. Recite il 4 e il 5 a Monfalcone, il 6 a Cividale, il 7 a San Vito al Tagliamento, l’8 a Cormòns e il 9 a Cervignano.

 

Messaggero Veneto

Mario Brandolin

Share →