11 febbraio 2018

Dunque, Numero Primo è un bambino concepito da un’intelligenza artificiale tanto avanzata da consentirgli di avere una coscienza. Ettore, invece, è un fotoreporter di guerra che a 60 anni si ritrova a fargli da padre. Il piccino, però, possiede così tante qualità da ritrovarsi nel mirino di un Erode tecnologico, una multinazionale dalla faccia buona e dal cuore arido. E così a Numero Primo e ad Ettore non resta che fuggire attraversando un Veneto formato ‘Blade runner’ abitato da scienziati rasta, giostrai, parcheggiatori abusivi, commercianti cinesi. Marco Paolini immagina in questo modo l’Inverosimile che fra cinquemila giorni a partire da oggi potrebbe concretizzarsi. Quello della fantascienza è un versante inconsueto per l’attore ma è una sponda che gli consente di indagare questioni terribilmente serie come l’avanzata delle intelligenze artificiali, il rischio di una cultura al servizio della tecnologia e la necessità di un’igiene digitale. ‘Le avventure di Numero Primo’ (coautore con Paolini è Gianfranco Bettin) è uno spettacolo teatrale che sta girando i palcoscenici di tutta Italia ed è anche un libro di successo. Ma è soprattutto l’occasione per ragionare attorno al mondo che verrà.

Paolini, è nato prima il libro o prima lo spettacolo?
“E’ nata prima l’idea. La storia ha preso forma lentamente ed è stato necessario raccontarla a teatro a voce alta per farla crescere. E’ complicato dare forma a pensieri che non sai se riescono a toccare il cuore e la mente delle persone. Stavolta mi interessava parlare di tecnologia e esplorare con curiosità il territorio dell’innovazione scientifica”.

Partendo da quale punto di vista?
“Dalla consapevolezza che non esiste niente che abbia cambiato il mondo come la rete. Volendo fare  un romanzo di formazione e di viaggio, siamo stai influenzati molto più dalla letteratura scientifica che dalla fantascienza alla Dick o alla Clarke”.

E’ una materia che a teatro funziona?
“Mah, in fondo io ho sempre cercato di tradurre gli elenchi del telefono sul palco… Voglio dire che mi sono sempre interessato a materie non teatrali”

A suo avviso che futuro ci attende allora?
“Non si può liquidare la questione con una battuta. Credo che il domani non sarà una nuova versione dell’oggi e che i telefonini siano solo l’aperitivo di quello che ci aspetta”.

Aveva già affrontato la questione scientifica in un precedente spettacolo dedicato a Galileo..
“Il tempo di Galileo assomiglia al nostro e il suo cannocchiale equivale alle intelligenze artificiali di oggi. Gli algoritmi e la biologia ci stanno cambiando la vita, le macchine ne sanno molto più di noi”.

Ci potrebbe essere quindi un algoritmo candidato premier?
“A Hong Kong un algoritmo siede in un cda e ha diritto di voto. L’avanzare della tecnologia mette a rischio molti mestieri. Dal mio punto di vista il problema non è chi resta professionalmente con il cerino in mano ma il pericolo che corre il nostro libero arbitrio”.

Perché, a 62 anni, ha deciso di abbandonare i racconti della memoria e interrogarsi sul futuro?
“Per un artista non ha senso vivere di rendita, a un certo punto vale la pena rischiare la reputazione. Non si può continuare a dire che Internet rende stupidi o che la rete cattura la pancia e non la testa. Bisogna raccontare il futuro come bene comune”.

E’ cambiato il pubblico?
“Ho scoperto che la gente non rinuncia mai al telefonino e vedo dal palco facce illuminate come avatar. Quella gente lì, che vuole restare sempre e comunque connessa, non ti puoi permettere il lusso di perderla come pubblico. Se cambiano i rapporti di forza, io cambio target”

Dicono che lo spettacolo dal vivo avrà vita più lunga rispetto a tutte le altre forme d’arte. E’ d’accordo?
“Bisogna chiedersi se il teatro funziona o no come rete. I teatri non possono continuare a comportarsi come fossero Pompei, e cioé un bene culturale protetto Bisogna smettere di giocare in difesa e di proteggere solo coloro che a teatro ci vanno già. Immaginiamo altri spettacoli in altri edifici…”

A proposito di teatro, lei come ha iniziato?
“Erano gli anni Settanta e a un certo punto mi sono stufato di passare la vita a fare assemblee politiche. Lavoravo in un collettivo teatrale e piano piano quell’attività ha preso il sopravvento. Ho fatto incontri importanti, Grotowski, Fo, Barba, ho girato le tante comunità dell’epoca, mi si è aperta la mente. Ho mollato la facoltà di Agraria al quarto anno e, senza fare l’Accademia, ho deciso di buttarmi su questo mestiere”.

Le fa piacere essere definito il padre del teatro di narrazione?
“Se quello è un titolo credo che lo dovrei condividere almeno con Marco Baliani e Gabriele Vacis. Non mi disturbano le etichette perché mi rendo conto che servono agli altri. A me, come ho detto, non va di ripetere le cose ma voglio alzare l’asticella. I miei spettacoli spesso sono lunghi non perché io sia un maratoneta ma perché devono servire a far cambiar passo alla gente. Quando un lavoro funziona, ti deve portare via, ti deve far guardare l’orologio solo alla fine”.

Ha spettacoli preferiti in carriera?
“No, anche se  ci sono spettacoli venuti bene e altri meno. Ho sbagliato ad esempio nel 2003 a mollare ‘I miserabili’: continuavo a girare attorno alla questione finanziaria, non trovavo la via giusta e alla fine l’ho abbandonatolo Pochi anni dopo è fallita la Lehman Brothers e ho capito di aver avuto l’intuizione giusta. E’ per questo che continuo a lavorare sulle tecnologie, un tema che in teatro me lo posso giocare”.

Come mai non la si vede più in tv?
“Ci sono sempre andato come autore e quando ho recitato l’ho fatto solo dal vivo, creando luoghi e contesti specifici. Adesso la tv è cambiata e certe cose non le chiede più nessuno. Chi rischierebbe, come fece Carlo Freccero, di portare un tipo come me alla diga del Vajont? La tv come ogni altro mezzo ha sempre più difficoltà nello trattenere lo spettatore”.

Continua con la sua casa di produzione, la Jolefilm, a lavorare nel cinema. E spesso fa l’attore per altri autori. Come vive il grande schermo?
“Il lavoro della casa di produzione procede con molta difficoltà ma sono contento dei ruoli che ho affrontato al cinema. Per me i film sono complicati: ho una faccia ingombrante e la gente mi lega ad una certa immagine. Non è facile per un regista usarmi e far dimenticare al pubblico chi sono. Mi sento un po’ come l’uomo in ammollo”.

Una curiosità: nel tempo libero ascolta musica o legge libri d’evasione?
“Sono in difficoltà a rispondere. Gli ultimi libri che ho letto sono ‘Breve storia del futuro’ di Yuval Noah Harari e ‘Inevitabile’ di Kevin Kelly. Muovono dubbi e pensieri. Spesso leggo libri che trovo irritanti e che proprio per questo mi affretto a consigliare”.

Se al maestro del teatro di parola si chiede perché è importante la parola, lui che risponde?
“Che parlare a voce alta è come veder un disegno con quei puntini senza numero che Steve Jobs ci invitava a collegare”

QN Quotidiano Nazionale - Il Giorno - il Resto del Carlino - La Nazione

Claudio Cumani

Share →