02 giugno 2016

REGGIO EMILIA – Il mese di maggio appena concluso, ha visto anche la conclusione della tournée stagionale di Amleto a Gerusalemme: speciale creazione di Gabriele Vacis e Marco Paolini (visto nella stagione de I Teatri di Reggio Emilia diretti da Vacis), sorta dopo un pluriennale progetto internazionale che ha condotto il duo a lavorare nella capitale israeliana con un gruppo di allievi attori palestinesi del Palestinian National Theatre, dei quali si portano in scena le emblematiche vicende di latitanti diritti, condizionata libertà e complicata auto-realizzazione degna nella vita. Emergono così storie di emigrazioni e resistibili contro-esodi famigliari, disseminati nel tempo e nello spazio; accenni di genealogie sparse nella geografia ridisegnata da guerre, conflitti e convenienze politiche; racconti di diaspore affettive e amicali lungo il crinale ostico dei giorni e delle notti, fra smarrimenti a ridosso della soglia di ostili checkpoint – con le sue schiere in divisa – e il sogno di impossibili altrove dettati dal ricorso ad ataviche magie, a vaghi trip psicotropi o ad amori di dubbia realizzabilità.

Ma un praticabile altrove è perlomeno quello denso di dinamiche extraquotidiane della sfera teatrale, in cui dare movimento e respiro, forma ed empiti costruttivi all’onda turbinante e malmostosa delle proprie ragioni e traiettorie emotive, assaltate dalla costrizione di un reale indesiderabile e pregiudiziale. Sicché, i giovani interpreti sono già in scena allorché il pubblico entra in platea, e alle loro spalle giace un bianco soppalco ricolmo di vuote bottiglie di plastica: ammucchiate in modo tale da parere una trincea distesa per il largo della mezzeria scenica, da cui si ricava subito il segno di una limitazione che pesa sulla linea dell’orizzonte.

L’atmosfera ha del freddo: un metallico fondale contribuisce a ciò, insieme a una nota d’organo tenuta sospesa tanto da irrigidire l’aria attorno. Uno sbuffo di fumo da un angolo sul fondo di destra, allora, è come se fosse la naturale decompressione di siffatta sospensione offrendo l’abbrivio allo sviluppo delle diverse narrazioni e testimonianze, intersecate da momenti in cui si recitano parti dell’Amleto di Shakespeare. Classico immortale, usato come reagente di significati e domande chiave circa il tema portante dei figli spossessati – orfani sostanziali di spenti adulti – e senza terra, esiliati in patria; quindi con difficoltà di radicamento e conseguente costruzione identitaria che li definisca meglio in un contesto e di lì, potenzialmente, nel più vasto mondo.

Se Gabriele Vacis è alla regia, Marco Paolini invece è in scena: assorto, discreto, attento; sempre usando volumi e modi pacati, quieti, mai soprattono neanche quando fa battute scherzose o l’esposizione si fa drammatica. Interviene e commenta, racconta e spiega del suo rapporto con Gerusalemme, del lavoro pedagogico coi ragazzi e di quello correlato alla rappresentazione in corso. La compagine palestinese è composta da soli maschi ma è integrata, innanzitutto, da Anwar Odeh: brillante attrice di medesime origini, cresciuta però in Italia, la quale traduce in simultanea dall’arabo le parole espresse da questi. Poi vi sono gli attori italiani Giuseppe Fabris e Matteo Volpengo che svolgono un uguale compito dall’inglese, contribuendo ad allargare con lei i confini metaforici e corali del lavoro, grazie a un dislivello creato dall’estraneità di provenienza di cui sono portatori rispetto al gruppo nodale dei «Palestinian Kids». La simultaneità della traduzione, va detto, cattura bene perché crea un effetto documentaristico che focalizza l’attenzione degli spettatori sulle questioni e le persone in gioco, al di là dell’ovvia utilità di rendere accessibili all’uditorio i discorsi in lingua straniera.

E peraltro, in chi guarda e ascolta da fuori, s’insinua un fitto afflato di disparità: una sorta d’irraggiungibilità da parte di noi cosiddetti occidentali liberi, coi nostri presunti progressismi democratici tanto belli, buoni e giusti quanto – in generale – mediati e dunque al fondo distanti, asettici e sterilmente compensatori in rapporto a tali condizioni di isolante deprivazione sociale, politica e civile.

La messinscena, infatti, rifugge la mozione degli affetti circa l’annosa e tragica querelle israelo-palestinese riverberata dal giovane ensemble. Si odono, ad esempio, violini dolenti con tocchi di dolcezza; le luci virano da manti di umoroso viola, o da tinte più diluite ed espanse, a tenui crepuscoli od ombrosità colme di suggestivi ori orientali; canti dal vivo s’effondono su corde di chitarra, a condensare un pugno irrisolto di sentimenti e speranze deluse. Tuttavia non mancano aspre rumorosità oltre a impressivi spostamenti aerei da parte del semovente ed enorme soppalco citato, da cui piove con fragore la miriade di bottiglie sul palcoscenico, che richiamano con imponenza alla dura realtà su cui ordire semmai lucidità di riflessioni. Non per niente, tali bottiglie servono comunque per ricostruire meticolosamente sul palco le mura della città vecchia di Gerusalemme, coi suoi dedali di viuzze attorno alla Cupola della Roccia ritratta da un grosso pallone; mentre continua il susseguirsi di testimonianze ed esposizioni fra una recita del testo amletico e l’altra. Il quale, nell’intreccio di voci distinte che s’assommano nel pronunciarlo in lingue differenti, intercetta gorghi repressi di rabbia e amarezza a cui la sua conclamata ricchezza tematica, simbolica ed espressiva prova a offrire vie d’uscita alternative alla regressiva implosione dentro l’io dei protagonisti. Per questo compaiono altresì dei filmati che aprono e proiettano la scatola scenica verso ulteriori pezzi di vita presa dal vero o persino in diretta sul palco: quasi a volerne slanciare l’ardente spirito riposto e la desiderante immanenza non solo negli occhi altrui, ma nella memoria distensiva di un tempo altro che verrà.

L’approdo al finale, allora, si dà al cospetto di immaginarie sponde protese a raccogliere l’esodo composito di discorsi, appunti, immagini ed elementi di disparata teatralità, fatti rampollare insieme nell’alveo vivo di questo valoroso spettacolo. Sulla riva del quale, se ne deposita il profondo tumulto e i corrispondenti materiali di vissuto, così da poterli discernere meglio singolarmente e nella loro articolata coabitazione. Il tutto, entro il più ampio quadro storico di ardue e stringenti contese in atto da cui, però, ci si può liberare: salendo sull’onda grande della propria voglia di vivere e desiderare.

http://www.rumorscena.com/

Damiano Pignedoli

Share →