01 dicembre 2016

GENOVA. La fantascienza a teatro è esperienza rara. E’ un amore mancato, un’attrazione mai scoccata, un binomio pochissimo sperimentato. Ma se la fantascienza è fatta di effetti speciali, quale effetto è più speciale della parola in tutta la sua energia di purezza creatrice? Marco Paolini si fa carico della sfida e porta in scena “Numero Primo” al Teatro della Corte fino a domenica.

Scritto con Gianfranco Bettin e prodotto da Jolefilm, è uno studio per nuovo Album, e Paolini lo spiega subito nell’introduzione che precede a luci accese lo spettacolo.  Abbozza la storia, preannuncia che il finale è sospeso, proietta il tutto nei prossimi 5000 giorni. Poi parte con la narrazione, a palco nudo, solo una sedia, qualche foglio, uno schermo. Il racconto è uno strano monologo che mixa registro comico e registro drammatico, un uomo diventa padre di un bambino di cinque anni nato da una donna di cui conosce solo la voce, in un mondo dove la tecnologia ha stravolto le relazioni umane. Il bambino è speciale, la madre forse è un algoritmo, Amazon ti recapita in mezz’ora una capra bionda dell’Adamello in salotto. Vengono in mente alcuni film, “A.I.” di Steven Spielberg e il più recente “Her” di Spike Jonze, ma la forza dello spettacolo non sta tanto nella partitura drammaturgica quanto nell’attorialità di Paolini, nella sua capacità di creare personaggi partendo da un accento e in pochi passaggi renderli così vivi e tangibili. In un mondo alla “Blade Runner” che ha come paesaggio le bianche scogliere di una Porto Marghera multietnica, “Numero Primo” scandisce storie e domande sull’homo tecnologicus illuso di possedere il controllo, apre dubbi e incrina speranze.

Il Secolo XIX

Raffaella Grassi

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