10 dicembre 2016

Marco Paolini ancora una volta si conferma autore e attore di grande bravura. Nonostante sia dichiaratamente un work in progress da perfezionare ed inserire all’interno dei suoi Album, il nuovo spettacolo proposto, Numero Primo, ha già le caratteristiche di un nuovo capolavoro del teatro di narrazione. Mentre molti dei sui spettacoli precedenti attingevano a piene mani ai suoi ricordi e alla sua biografia, questo spettacolo immerge la narrazione in un futuro prossimo e probabile. Sul palco del Teatro della Corte, sullo sfondo di una scenografia pressoché assente, costituita semplicemente da una seggiola ed un pannello per proiezioni, Paolini porta in scena la storia del “padre per caso” Ettore, al quale Echnè che sta per morire affida il figlio, Numero Primo. Solo in scena e in continua comunicazione con il pubblico, Paolini dipana un racconto avvincente. L’attore bellunese, coautore dello spettacolo insieme a Gianfranco Bettin, riesce a attraversare registri diversi, sempre venati di grande ironia. L’intento di fondo è tipico del suo teatro, costantemente in prima persona e immediatamente fruibile. Lo sfondo del futuro prossimo sottrae però parte del dinamismo alla narrazione in scena. I personaggi, appartenenti al presente e al futuro, alle prese come sono con la rivoluzione tecnologica diffusa ed inarrestabile, non sempre mostrano caratteristiche ben delineate. Numero Primo non soffre di farraginosità, ma risulta in qualche passaggio un po’lento o comunque in qualche momento non pienamente comprensibile. Alcuni accenti eccessivamente complessi, al limite del metafisico, rallentano il ritmo generale dello spettacolo. Si tratta con tutta probabilità di un rischio calcolato da Paolini, ancora impegnato a dare a Numero Primo una più precisa definizione. La storia di Ettore e Numero Primo, nel loro continuo cercare il rapporto di padre e figlio, ha infatti i tratti della genialità e della poesia. Paolini dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, la sua bravura come autore di un testo profondo e serrato e come attore in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico, salvo pochi cali di intensità.

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Gabriele Benelli

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