cinema

Andrea Zanzotto

Italia, 2000, 35mm, b/n e colore, 50′

Un film di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini
Con Andrea Zanzotto e Marco Paolini
Regia: Carlo Mazzacurati
Montaggio: Paolo Cottignola
Fotografia: Alessandro Pesci AIC, Massimo Monico
Suono: Remo Ugolinelli, Mario Iaquone
Aiuto regia: Marina Zangirolami
Organizzazione generale: Andrea Brigenti
Operatorie di macchina: Luciano Baresi
Assistenti operatori: Tonino Cesarini, Emilio Della Chiesa
Elettricista: Andrea Testa
Macchinista: Riccardo Serravalli
Postproduzione audio: Filippo Bussi e Studio Florian
Fotografo di scena: Giovanni Umicini
Coordinamento testi: Daniela Basso
Titoli: Carlo Buffa
Truke A.M.
Pellicole Kodak
Sviluppo, telecinema, stampa: Augustus Color
Macchine da presa F.lli. Cartocci
Scenografie: Luigi Polzelli
Amministrazione: Lorenza Poletto
Musiche Darius Milhaud LENT ed. Musique Francais & Audiovisivi Distr., Anouar Brahem REGARDE DE MOUTEE, VAGUE, E LA NAVE VA ed. ECM, Erik Satie CHOSES VUES A DROITE ET A GAUCHE ed. EMI, Fauré PIE JESUS ed. Philips
Prodotto da Francesco Bonsembiante per Regione del Veneto e Vesna Film

L’incontro si sviluppa entro tre nuclei fondamentali di ricerca: la natura, la storia, la lingua. La natura, intesa in un primo momento dal poeta come pensiero al quale rivolgersi in un continuo scambio e risonanza, ed in seguito anche come improvvisa mutazione, cementificazione ed offesa. Andrea Zanzotto ripercorre, poi, i segni fondamentali di quello che è stato detto il secolo dell’ottimismo, secolo che ha visto crescere la fede nella scienza ma anche il collasso di qualsiasi forma di razionalità. La lingua è intesa come scoperta di un viaggio accidentato, segno di un lessico familiare, musica e canti di un paese, ma anche di un andare mendicando di altri linguaggi, ricercare le stratificazioni che li hanno intessuti, un balbettio; sino ad arrivare a quelli che sono i destinatari della poesia ed i luoghi della lettura per riscoprirne la sacralità. Il ritratto è a matita.

RITRATTI nasce dal bisogno di incontrare uomini abitualmente appartati, lontani dal clamore dei media. Sono occasioni che vorremmo definire utili: per capire, per sapere. Come quando le tribù, nei momenti difficili, si sedevano attorno ad un fuoco e interrogavano i saggi, gli sciamani.
Quello di Andrea Zanzotto fa parte di una serie di tre, tutti della stessa durata, (cinquanta minuti circa) che comprende anche un ritratto a MARIO RIGONI STERN ed uno a LUIGI MENEGHELLO.
Abbiamo scelto di realizzarli in pellicola perché ci sembra che la vita così sia più intrappolabile, le parole non sfuggano via, e l’aria che passa tra chi fa la domanda e chi risponde, piena di luce.

ANDREA ZANZOTTO è insieme la persona più radicale e nel contempo delicata che io abbia mai incontrato.
Tutto in lui appare dominato da contrasti estremi e inattesi. Sofferenza e leggerezza, fragilità e profondità.
Può dialogare col passato, anche il più remoto, come se tutto il tempo vivesse in lui in un eterno presente. Ma poi d’improvviso scarta e, per un istante, fa apparire il futuro, lo rende tangibile e ci vuole molto coraggio per immaginarlo, il futuro, in questi tempi difficili.
Ogni parola che pronuncia appare come la sofferta punta di un iceberg sotto cui vi sono molti suoni, odori e luci misteriose.
Il suo volto è enigmatico e lunare, pieno di sfumature, con occhi sempre vivi e ironici che parlano per proprio conto una lingua senza parole.
Nelle tre giornate di lavoro trascorse insieme, mentre lo guardavo e mi domandavo che cosa fosse la poesia, mi veniva in mente sempre una sola immagine: quella di un fiore.

Carlo Mazzacurati

Per me il paesaggio è trovarmi prima di tutto di fronte a una grande offerta, a un immenso donativo che corrisponde proprio all’ampiezza dell’orizzonte.
È come il respiro stesso della presenza della psiche, che imploderebbe in se stessa se non avesse questo riscontro.

Io ricordo che le prime emozioni paesistiche le ho avute proprio in anni di primissima infanzia, forse addirittura a un anno, un anno e mezzo, il senso di delizia che mi proveniva andando in calesse con mio padre e mia madre che mi teneva ancora al seno, un ricordo perfetto che ho espresso in una poesia della Beltà.

Tutto il mondo è formato da cellule che sono paesaggi diversi, animati da qualche cosa che li rende singoli rispetto a qualsiasi altro paesaggio, per cui dappertutto c’è un paesaggio che merita di essere amato incondizionatamente.
Si tratta, in fondo, di ricostruire le ragioni di un eros che è rivolto proprio alla terra come tale.

I viaggi che non ho compiuto nella realtà li ho compiuti con la fantasia, avvicinandomi molto presto alla grande letteratura e creando incroci, impasti che provenivano dalla frizione tra il fondo monocorde, fermo del paese e le acquisizioni che facevo.
In fin dei conti la poesia dovrebbe fare tanti viaggi, girare, ma pensare che è una lettera che vuole tornare al mittente.

Io sono più portato al raccogliere, raspar su, mendicare.
In questo mi differenzio molto da quella che è l’ideologia avanguardistica: “ne so più degli altri e son qua per indicarvi una strada”.
No, io sono più vicino a chi improvvisa, chi fa del bricolage,chi si trova a dover valicare ponti e trovare una maniera tutta sua per superare una faglia.

Chi più dà il vissuto profondo degli uomini del passato, se non la poesia che essi ci hanno lasciata e che parla dei loro sentimenti più intimi, della loro realtà quotidiana?

Tutti sanno che, se leggono un’ode di Orazio, possono trovare un momento di sé pienamente identificabile con quello che il poeta trascorre duemila anni fa.
Invitando un amico a cena, Orazio dice: sai che devi accontentarti di un po’ di erbaggi, perché “Persicos odi puer apparatus”, odio gli apparati di tipo persiano, enfatici.

Questi piccoli dati del vissuto, che sono profondi, ci ridanno proprio gli amori, i dolori, le piccole gioie e le sfumature della quotidianità.

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