cinema

Mario Rigoni Stern

Italia, 1999, 35mm, b/n, 55′

Un film di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini
Con Mario Rigoni Stern e Marco Paolini
Regia: Carlo Mazzacurati
Montaggio: Paolo Cottignola
Fotografia: Alessandro Pesci AIC
Suono: Alessandro Zanon
Aiuto regia: Marina Zangirolami
Organizzazione generale: Andrea Brigenti
Operatori di macchina: Fabrizio Vicari
Assistenti operatori: Claudio Palmieri, Bruno Bianchella
Elettricista: Federico Conte
Macchinisti: Riccardo Serravalli
Postproduzione audio: Filippo Bussi e Studio Florian
Fotografo di scena: Giovanni Umicini
Coordinamento testi: Daniela Basso
Titoli: Carlo Buffa
Truke A.M.
Pellicole: Kodak
Sviluppo, telecinema, stampa: Augustus Color
Macchine da presa: F.lli. Cartocci
Scenografie: Luigi Polzelli
Amministrazione: Lorenza Poletto
Musiche: Jan Garbareck The Hillard Ensemble PARCE MIHI DOMINE ed. ECM, Sergej Rachmaninov, COME AND WORSHIP ed. BMG, Anouar Brahem E LA NAVE VA ed. ECM
Prodotto da Francesco Bonsembiante per Regione del Veneto e Vesna Film

Nell’arco di tre giornate Mario Rigoni Stern narra a Marco Paolini la sua vita.
La prima giornata, dopo una breve introduzione che ci racconta la formazione sentimentale di un bambino cresciuto tra le montagne, è totalmente dedicata al racconto della giovinezza, tra il ’38 e il ’45, come soldato nella seconda guerra mondiale.
La seconda giornata è dedicata al tempo del ritorno e al difficile reinserimento nella vita normale. Si parla anche dell’altopiano di Asiago come luogo emblematico, microcosmo totale, di cui Rigoni Stern è voce e coscienza.
Nella terza giornata, rispondendo alle domande di Marco Paolini, Mario Rigoni Stern riflette su questo presente, parla di natura, memoria e responsabilità. Della gioia che dà un lavoro ben fatto, sia esso manuale che intellettuale.
Questo ritratto è anche la storia di un incontro tra un uomo, che ha tanta vita dietro le spalle, e un uomo più giovane, che vive nel presente, ma ha bisogno di capire ciò che prima è stato.

RITRATTI nasce dal bisogno di incontrare uomini abitualmente appartati, lontani dal clamore dei media. Sono occasioni che vorremmo definire utili: per capire, per sapere.
Come quando le tribù, nei momenti difficili, si sedevano attorno ad un fuoco e interrogavano i saggi, gli sciamani.
Quello di MARIO RIGONI STERN è il primo di una serie di tre, tutti della stessa durata, cinquanta minuti circa, che comprende anche un ritratto ad ANDREA ZANZOTTO e uno a LUIGI MENEGHELLO.
Abbiamo scelto di realizzarli in pellicola perché ci sembra che la vita così sia più intrappolabile, le parole non sfuggano via, e l’aria che passa tra chi fa la domanda e chi risponde, piena di luce.

Mario Rigoni Stern ha vissuto questo secolo come un personaggio omerico, con la stessa pazienza, lo stesso coraggio, la stessa speranza in un disegno. I suoi occhi, il suo sguardo sono puri come la neve, ne hanno la stessa limpidezza, lo stesso candore. È un uomo di montagna abituato a camminare, e camminando ha attraversato in lungo e in largo questo martoriato continente. Come un padre mitico ha sempre avuto al primo posto della sua scala etica il senso di responsabilità. Non ha mai abbandonato nessuno lungo il suo cammino, che fossero soldati amici o nemici, o persone perdute tra le montagne. Se li è caricati sulle spalle e li ha riportati a casa.
Ciò che non ha potuto portare indietro ha deciso di raccontarlo, per non dimenticare.

Carlo Mazzacurati


Domando tante volte alla gente: avete mai assistito a un’alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole. È uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare, questo spettacolo della natura.
A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria flessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle.
E per conto mio è proprio il brivido della creazione, che il sole ci porta ogni mattina.
E sentirai per esempio il canto del codirosso, poi sentirai il pettirosso, poi magari vedrai un capriolo. Sì il capriolo è un animale notturno, incominci a vedere che rientra nel bosco, lo individui e poi sparisce, l’immagine che esce da lì è quella del cervo e quando poi magari, quando il cielo è chiaro e le stelle sono sparite, ti accorgi che sopra di te vola un’aquila.
Ma prima hai sentito il brivido.

Come vivere? Allora questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un millennio, di un secolo, di un anno, ma tutti i giorni, e tutti i giorni svegliandoci, si dovrebbe dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto. Un lavoro ben fatto, qualsiasi lavoro, fatto dall’uomo che non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento, un lavoro manuale, un lavoro intellettuale che sia, un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo. Io coltivo l’orto, e qualche volta, quando vedo le aiuole ben tirate con il letame ben sotto, con la terra ben spianata, provo soddisfazione uguale a quella che faccio quando ho finito un buon racconto.
E allora dico anche questo, no: una catasta di legno ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade, è bella; un lavoro manuale, quando non è ripetitivo, ricordo ‘Tempi moderni’ di Charlot, è sempre un lavoro che va bene, perché è anche creativo. Un bravo falegname, un bravo artigiano, un bravo scalpellino, un bravo contadino; e oggi dico sempre quando mi incontro con i ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali.

PAOLINI:Era lo stesso per i soldati che combattevano dall’altra parte? Era lo stesso per gli americani, che erano qui a combattere, per gli inglesi, i francesi o i russi che ha conosciuto?
RIGONI: Si trovavano in situazioni diverse. Io penso: i russi intanto erano dalla parte della ragione, e combattevano convinti di difendere la loro terra, la loro casa, le loro famiglie. I tedeschi d’altra parte erano convinti di combattere per il grande Reich. Noi non si combatteva né per Mussolini, né per il re, si cercava di salvare la nostra vita. A un certo momento quando rimasi comandante di un caposaldo di 70 uomini, mi sentii una grande responsabilità, la più grande responsabilità della mia vita. C’erano questi amici che mi guardavano e mi chiedevano: cosa dobbiamo fare in caso di ritirata, dov’è l’Italia, che strade dobbiamo prendere? E mi guardavano, e mi domandavano tante cose, come se io dovessi sapere tutto, e invece ero come loro, sapevo dov’era il nord, dov’era il sud, sapevo la direzione da prendere, ma più di tutto sentivo la responsabilità che avevo verso questa gente. E dopo tanto tempo ripensando dico: se io, un povero sergente degli alpini, poco istruito, avevo letto qualche libro soltanto, sentivo questa grande responsabilità verso la vita di ciascuno di loro, che cosa avrebbero dovuto pensare i generali o quei capi di governo, Mussolini, Vittorio Emanuele, Roatta ecc., Badoglio, degli uomini che a milioni erano stati affidati a loro, forse…
PAOLINI: non avrebbero dovuto dormir di notte
RIGONI: Ma forse non si sono mai posti neanche la domanda. E dico sempre quando entro in quest’argomento, il momento culminante della mia vita non è quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita. E non avevamo nessuno che ci dava aiuto. Ecco ci davano aiuto i poveri russi che avevano fame come noi. Ossia gli uomini, i vecchi e le donne dei villaggi che abbiamo incontrato partendo da qui per arrivare su in Bielorussia.
PAOLINI: Il sergente sulla neve finisce con l’arrivo della primavera, nell’attesa di un treno che dovrebbe portarvi in Italia, e finisce con dei giorni passati dentro un’isba credo non molto diversa da questa.
RIGONI: Nei dintorni di Gomel eravamo. Ero andato a dormire in quest’isba dove il pomeriggio venivano un paio di ragazze a filare la canapa. E c’era una culla appesa al soffitto, e dentro la culla un bambino che ogni tanto piangeva, e allora muovevano la culla e il bambino si calmava, e queste ragazze cantavano, e sembrava che la guerra fosse molto lontana.

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