cinema

Via Anelli di Marco Segato

Documentario, 2008, miniDV, 68′

Regia: Marco Segato
Fotografia: Elisabetta Massera, Marco Segato
Montaggio: Davide Vizzini
Suono: Enrico Levorato
Musiche originali: Giovanni Panozzo
Operatori: Elisabetta Massera, Marco Segato, Marco Mezzalana
Organizzazione: Silvana Schiavo, Marco Zambrano
Prodotto da: Francesco Bonsembiante per Jolefilm
Realizzato con il sostegno del Comune di Padova

Con
Ismail Aityahya, Sadik Awal, Matteo Cesarotto, Ethelbert Ejimadu, Salem Lfakiri, Daniela Ruffini, Matteo Zoso

Il Complesso Serenissima, in Via Anelli a Padova, è un quartiere privato costruito alla fine degli anni settanta per ospitare gli studenti universitari fuorisede: una piazza circondata da sei palazzine con 287 miniappartamenti di 28 mq ciascuno.
Negli anni novanta gli inquilini italiani se ne vanno lasciando il posto ai molti immigrati arrivati in città in cerca di lavoro. Sovraffollamento, degrado e criminalità trasformano in pochi anni il Complesso Serenissima nel ghetto di Via Anelli.
Nel 2005 l’amministrazione comunale decide di riqualificare la zona nonostante l’opposizione dei proprietari, tutti italiani. Saranno necessari più di due anni di lavoro per chiudere definitivamente le sei palazzine ormai fatiscenti e trasferire gli inquilini regolari in case più dignitose.
Nel documentario il lavoro degli operatori impegnati nelle operazioni di chiusura si mescola alle voci degli immigrati che vi abitano per raccontare la quotidianità di un luogo tra i più immaginati ma meno conosciuti del nordest.

L’idea di un documentario su Via Anelli è nata all’inizio del 2005 quando sono venuto a conoscenza del progetto di riqualificazione avviato dal Comune di Padova. La mia curiosità nei confronti di quel luogo è sempre stata forte, ma come la maggior parte dei padovani anch’io mi ero guardato bene dall’entrare in quella piazza circondata da condomini fatiscenti che i mezzi d’informazione dipingevano come “Il Bronx di Padova”, “La casbah della droga”, una sorta di banlieue nostrana abitata unicamente da clandestini e spacciatori.
Da quando è scoppiato il caso Via Anelli infatti le immagini e le informazioni diffuse sono sempre state le stesse, irrimediabilmente aderenti allo stereotipo: spaccio, prostituzione, condizioni igieniche e abitative inaccettabili. Ma i ragazzi che avevo conosciuto e che lì avevano abitato raccontavano un’altra storia: vite difficili vissute con dignità e semplicità, vite d’operai generici, turnisti, precari, senza un posto migliore dove andare e spesso con una famiglia da mantenere.
Ho pensato che il progetto di riqualificazione poteva essere l’occasione per raccontare questa “normalità” vista in un momento di conflitto e cambiamento, un modo per scalfire lo stereotipo ribadito negli anni e mostrare ai padovani qualcosa che per troppo tempo avevano preferito non vedere.

Sono entrato in Via Anelli nel marzo del 2005, e ci sono rimasto per tutta la settimana impiegata dagli operatori per sgomberare e chiudere la prima palazzina. In quei giorni mi sono limitato ad osservare ciò che accedeva nel tentativo di comprendere più a fondo le dinamiche delle varie operazioni. Qui per la prima volta ho incontrato e parlato con gli inquilini, gli operatori sociali e i dipendenti comunali incaricati della operazioni di chiusura del condominio e del trasferimento dei abitanti regolari in altre zone della città.
In seguito a questo primo sopralluogo ho deciso il taglio da dare al lavoro: avrei documentato le modalità con cui avvenivano le operazioni e attraverso queste avrei fatto emergere la storia e i personaggi. L’obbiettivo era raccontare dell’incontro-scontro tra immigrati costretti a cambiare casa e gli operatori impegnati nel lavoro, di come un’amministrazione pubblica sia stata in grado di risolvere una situazione drammatica come quella che si era creata in Via Anelli senza usare la forza, raccontare di come in Italia sia possibile pensare agli immigrati non come merce ma come persone con diritti o doveri da integrare nel tessuto sociale.

Il lavoro è nato fin da subito come un reportage anti-televisivo, una sorta di diario quotidiano dei giorni degli sgomberi dove la fiducia dei personaggi – sia degli abitanti immigrati che gli operatori – è stata guadagnata a fatica sul campo, giorno dopo giorno senza mai forzare quello che accadeva davanti alla camera.

Marco Segato