teatro

Bestiario veneto – L’orto

1998
ideazione, interpretazione e regia di Marco Paolini
testi tratti dall’opera di Luigi Meneghello
sculture di scena Alessio Tasca
musiche originali ed esecuzione dal vivo Saverio Tasca con Fabio Furlan, Stefano Olivan, Lorenzo Pignattari, Gigi Sella
assistenti alla regia Patrizia Pasqui, Mario Spallino
ricerche e drammaturgia Daniela Basso, Carlo Cavriani, Mauro Gasparini
allestimento spazio, scena, luci e fonica Alberto Artuso, Marco Busetto, Pierpaolo Pilla
abiti di scena Danilo Palumbo
logistica Rosa Tolomio
organizzazione e distribuzione Michela Signori
produzione MOBY DICK – Teatri della Riviera e Festival d’Autunno ’98, Teatro Olimpico di Vicenza

L’Orto è un’immagine che si adatta a meraviglia alla descrizione di paesaggi italiani. L’ho immaginato stando in cima al primo tornante sulla strada che scende dall’altipiano di Asiago verso la pianura sottostante. Nello spettacolo ho messo una serie di teatrini per raccontare questo paesaggio prima e dopo la seconda guerra mondiale, il passaggio da mondo rurale agricolo a industriale e l’accelerazione degli ultimi 20 anni del secolo con l’esplosione di una crescita economica lungo la fascia pedemontana con rapide modifiche del paesaggio. I teatrini sono costruiti con testi arrangiati o ripresi dai libri di Luigi Meneghello a cui il BESTIARIO è quasi interamente dedicato. Di Luigi Meneghello sono anche le traduzioni in vicentino di poeti inglesi e americani che punteggiano lo spettacolo e la traduzione di alcune parti dell’AMLETO di Shakespeare utilizzate nello spettacolo di cui diamo un assaggio per gentile concessione dell’autore

“L’attore è dispiaciuto di non poter dare informazioni utili agli Olimpici lettori di questo dépliant circa il contenuto che egli reciterà sul palcoscenico del Teatro omonimo nel settembre del corrente anno.
Si sa da indiscrezioni che in essa si fa largamente ricorso a brani tratti dall’opera di un bravo scrittore (Alto) Vicentino venerato da un esigentissimo e scelto pubblico di lettori italiani.
Si sa della presenza in scena di un validissimo ensemble di musicisti, di un grande artista della ceramica eccezionalmente scenografo e di un’agguerrita schiera di collaboratori operosi.
Ma non è dato di sapere come tutto questo diventi ORTO.
La logica ferrea della pubblicità impone di chiudere questa presentazione nel mese di luglio, il luglio più caldo degli ultimi seicento anni; le prove sudate continuano e non si vede la fine dell’opera.
Rassicuro sul fatto che ci sarà sicuramente un primo, secondo e terso ato, ma ho forti dubbi che ci sarà intervalo. Quindi rassegnatevi all’idea di averne tre in uno. Da un punto di vista etico religioso sarà uno e trino, dal punto di vista economico un disastro: paghi per 3 e ne vedi 1.
Pensateci bene.”
Ho scritto questa presentazione a denti stretti in dieci minuti e l’ho spedita agli organizzatori senza volerla rileggere.
La verità è che odio dover parlare di una cosa che non ho ancora fatto, mi sembra una presunzione, una teoria anteposta alla pratica, una limitazione anche perché so che cambierò idea molte volte e solo alla fine potrei scrivere la presentazione.
Ciò detto ho lasciato la vecchia presentazione anche perché l’ORTO non ha avuto uno sviluppo proprio, è stato uno studio da cui ho ricavato materiali che poi ho montato con altri nel BESTIARIO VENETO PAROLE MATE e nel successivo BESTIARIO ITALIANO.


Hamlet. Act III Sc.IV
È la scena dell’anticamera, quella famosa tra Amleto e Gertrude, la madre, sconto dietro le tende c’è Polonio che cerca di capire se Amleto è davvero matto o no.

‘the bedroom scene’

Ham. Cossa ghe ze, mama, cossa gavio?
Queen Ucio, ti te ghe ofeso to popà.

Licenza poetica del traduttore in alto vicentino: Amleto, Amletuccio, Uccio.

Ham. Mama, vu gavì ofeso me popà.
Queen Dai, dai, ste cuà le ze risposte ossiose.
Ham. Dai dai, vu fe dimande malissiose.
Queen Cossa dìsito, Ucio?
(………….)
Ham. E adesso basta, mama, deghe un taio, fela finìa da stòrsarve le man,
sentève zo, ca vui strucarve ‘l core, se l’è fato de materia penetrabile,
se no’l se ga indurio, par maledeta usansa, se no l’è fato de otón,
che i sintiminti no pol pì sbusarlo.
Queen Ma cossa gonti fato, che te te onsi da darme dosso co ste vilanìe.
Co sti strapassi?
Ham. Te ghe fato un ato ch’el ónfega la grassia de na dona. Ah, la facia del celo la se inturba sora sta sòlida bala conpata de la tera, la se inìbia, la se ratrista, scuasi spetando la fine-del-mondo. E savìo vu parcossa? pa’ sto ato!

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