teatro

Il Milione quaderno veneziano

1997
interpretazione e regia Marco Paolini
collaborazione alla drammaturgia e ai testi Francesco Niccolini
scenografia, scultura e sipario Graziano Pompili
disegno luci Paolo Rodighiero
contributi musicali dal vivo: Stefano Olivan, Francesco Corona, Leonardo Di Angilla, Fabio Furlan, Lorenzo Pignattari, Lorenzo Sabadini.
contributi musicali registrati Paki Zennaro e Pitura Freska
allestimento spazio, scena, luci e fonica di Alberto Artuso, Marco Busetto, Silvio Martini, Pierpaolo Pilla, Luca Seno.
Organizzazione e distribuzione: Michela Signori
Produzione: Moby Dick – Teatri della Riviera
durata 2 h

Lo spettacolo è stato trasmesso da Rai 2 in diretta televisiva dall’Arsenale di Venezia il 10 settembre 1998.

Un monologo che attraversa tutta la storia di Venezia, lontano dai suoi aspetti cartolineschi. Al centro dello spettacolo i tanti “naufragi” della città: aerei che scivolano in Laguna, barche in secca per una marea più bassa del normale… Cormorani troppo pesanti per decollare, piccioni e gabbiani, cavallini di Murano che pascolano sul tavolo del tinello troppo vicino al bordo.
E’ in questo panorama di laguna che si disvela la mappa/racconto disegnata da Campagne, uomo di terraferma, in barca con Sambo, vogatore alla veneta, ricco d’esperienza della città-isola e dei suoi mille anni, dai pali delle prime palafitte a quelli della conterminazione e che a tutt’oggi delimitano il territorio fatto di acqua e terra di Venezia, delicato oggetto d’amore di questo spettacolo, praticamente mai citato direttamente nel testo ma sempre presente, centimetro dopo centimetro, nella tela tessuta da Campagne, che si fa al tempo stesso Rustichello da Pisa e Marco Polo, nel tentativo di dettare e trascrivere storie ed orizzonti: isole, paesi, mercati, caravanserragli, dall’isola alla Cina, passando per Mestre, Marghera e tutto il Nord Est, diventando emblematicamente “terra delle villette”, al di là della Tangenziale e della linea Maginot dei centri commerciali che separa Venezia dal resto del mondo.
IL MILIONE è un intreccio di storie antiche e contemporanee, seguendo arabeschi da tappeti orientali e strani personaggi: abusivi di terra e di mare, turisti di ogni parte del mondo, comitati antisfratti, le beghine di Venezia, più agguerrite di vecchi parà e maro’, nel tentativo di dar dignità agli sforzi di chi ha deciso di continuare ad abitare nella città più scomoda d’Italia.

Essere nostrani è un bel vantaggio, ammettetelo. Condividere lingua, terra, storia ha un suo fascino esclusivo. Io scrivo in lingue foreste, lingue affini anche se non uguali a quelle dei padri. Uso queste lingue per raccontare storie di questa terra, terra di confini e vicinanze, di diffidenza e generosità, di business e d’ignoranza grossa. Terra di gente presuntuosa che vorrebbe distinguere il mondo di nostrani e foresti, i nostrani tutti dentro i foresti fuori, partendo dal presupposto che il peggiore dei nostrani è meglio del migliore dei foresti. Io non scrivo per loro, mi rivolgo, anzi, a chi fa più fatica a capire le parole di questo dialetto, mi rivolgo alla loro intelligenza.
IL MILIONE è un ponte fra nostrani e foresti, uomini che non si riconoscono per la patria d’origine, ma per quella d’adozione, per quella a cui han deciso di dedicare i loro sforzi, il loro lavoro.
IL MILIONE è la storia di una città fatta su acqua edificabile, dei popoli che l’hanno abitata e, in modo controverso, costruita e modificata.
Dedicato a chi non ha paura di lottare perché questa retorica nostrana non trionfi, perché le città siano città e non l’imitazione di centri commerciali , simulacri di Bengodi.

1° frammento

…Prima acqua alta alle dieci di sera, all’uscita da teatro, aaah! acqua alta!…
Cos’ ti fa? Niente, ti speti tutta la note a teatro.
Mattina dopo alle sei doveva ritirarsi. Niente. Orco! Mezzogiorno nuova ondata di marea più alta della prima, salta telefoni, luce, gas, un caldo sciroccale, era novembre, barche raminghe per campi e per calli, mezze affondà, gente isolata sui ponti là in giro.
Cos’ ti fa? ti speti! Ti speti le sei il cambio della marea.
Calata la notte precoce, era novembre, rotto ogni rapporto con il mondo che non fossero i transistor, sotto la piova di scirocco s’aspettava il cambio di marea.
Dopo le sei, al momento che l’acqua doveva cominciare a calare, riprese a salire.
Cos’è successo? Tre maree così? Sei ore cala sei ore cresce. Cos’è successo?
I murazzi? E chi lo sapeva? La diga in pietra d’Istria rotta in breccia dalla mareggiata, i lidi, le lingue di sabbia tra il mare e la laguna scomparse!
Sant’Erasmo, davanti alle bocche di porto dispersa sotto onde alte fin quattro metri.
Il campanile di Murano in fondo alla laguna galleggiava in prima fila, davanti alla mareggiata.
San Pietro in Volta, Pellestrina, due paesi caricà sui motopesca mentre le case affondava una a una. Alla Giudecca la sensazione che il mare sbattesse per entrare in casa.
Le otto, le nove di sera, quando nessuno più se l’aspettava, gira il vento, e l’acqua cala, rapida, a cascata, resta un segno nero sul muro di nafta, gasolio, di merci avariate, di barche distrutte, una rabbia in corpo, una rabbia, una rabbia..
– Acqua cussì? Mai successo! Impresionante!…

2° frammento

…Cavarte dal fredo, dall’umidità, dai muri bagnai, dal letto geà, portarte distante fora de qua, donarte una casa, la comodità… ogni inverno ’na guerra…sotto la tola un metro de mare…te sciopa la gola, te vien da sigar…xe morta la stua… se scuagia il carbon, ti piansi, i to oci xe n’altra alluvion…in fabrica forse i me ciamarà andremo a Marghera, forse a Milano.
Porto Marghera vista dalla Giudecca, pareva New York! Con l’arco illuminato che fa tanto ponte di Brooklin…