teatro

Il Sergente a Mario Rigoni Stern

Marco Paolini, Il Sergente

Marco Austeri, maestrino di scena
Monika Bulaj, foto di viaggio
Marco Busetto, direzione tecnica
Monia Giannobile, consolle luci
Roberto Grassi, consolle audio
Andrea Violato, progetto scenico

produzione, Michela Signori

contributi musicali registrati:
Uri Caine esegue al piano musiche originali per Il Sergente
Mario Brunello esegue al violoncello Alone di Giovanni Sollima
Marco Paolini e i Mercanti di liquore cantano Il sergente nella neve (dall’album Sputi, 2004)
Durata 2h

Questo spettacolo prende vita e ispirazione dal libro scritto nel 1953 da Mario Rigoni Stern dal titolo Il sergente nella neve (1953), il racconto autobiografico dell’allora sergente Rigoni, impegnato nella sanguinosa campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale. Ambientato nell’inverno 1942-43, affronta uno degli episodi più drammatici nella storia del nostro esercito: la ritirata dei soldati attraverso la taiga russa. Ormai allo sbando e circondati dall’Armata Rossa, i personaggi del racconto, reali e non di fantasia, cercano di sopravvivere durante la ritirata, passando da un villaggio all’altro con alterne fortune. Li guida un giovane sergente, che diventerà poi lo scrittore del romanzo. E proprio grazie alla sensibilità dell’autore, facciamo la conoscenza di esseri umani profondamente sconvolti dal conflitto, ma che mantengono fino in fondo la propria dignità: così il tenente Cenci, molto amico di Rigoni e generoso in battaglia; il caporalmaggiore Moreschi, sempre di buonumore nonostante tutto; Tourn, alpino piemontese che nasconde con allegria la paura; Lombardi, cupo e taciturno; il caporale Pintossi, calmo e flemmatico… piccoli grandi uomini che affrontano un’avventura spesso senza via d’uscita.

“Per Mario Rigoni scrivere è stato un anticorpo alla disumanità. Ecco, forse quello che sto cercando è un anticorpo alla disumanità della condizione di spettatore. È un’illusione credere di esser spettatori di una guerra lontana perché quando pensi di essere spettatore, sei vittima senza saperlo. Senza la coscienza che non puoi chiamarti fuori, che se rimuovi questa cosa dalla tua vita, stai già scivolando in una perdita.
Mi ritrovo nella voglia di non arrendersi che era di Rigoni e dei suoi alpini, ma non come gesto di eroismo, lui marciava nella neve portandosi in spalla il peso tremendo delle armi. I volantini russi dicevano: italiani, siete a quattromila chilometri da casa, arrendetevi. Chi si arrendeva all’evidenza della realtà, alla stanchezza, chi rinunciava alle armi che aveva, a oliarle, pulirle e tenerle in efficienza, era finito. Io penso che la democrazia sia la nostra arma, quella che ha bisogno di manutenzione, e la dobbiamo curare.
Il Sergente non è un lavoro di denuncia ma non è nemmeno un medicamento per l’anima perché credo che il teatro non possa essere ne terapia ne antidoto. Penso alla possibilità di attingere all’esperienza, e che questo serva alla memoria, serva a prepararsi meglio ad affrontare le cose. Un teatro forse come addestramento, come istruzione”.

Marco Paolini – novembre 2004

1° frammento

… La mattina di Natale vado fuori vedo le impronte di un lepre, gli vado dietro poi vedo che il porco attraversa il Don e va dai russi… quasi quasi vado là e gli dico “Il lepre…., mi fan passare…”
Allora torno indietro e mi torna il pensiero vicentino.
Però anche i gatti niente, allora torno in tana e arriva sto rancio di Natale congelato, per forza nel tragitto dalle cucine… e allora dico
“Almeno la polenta la facciamo su!”
entro in tana e gli do la sveglia.
Entrare in tana a quell’ora vuol dire trovare Meschini che pestava col manico baionetta nell’elmo chicchi di caffè, poi c’era Bodei che bolliva pidocchi, uno specialista, come li puliva lui… e poi c’era Giovannin tacà la stufa
– Sergent magiur ghe riverem a baita? …
Poi c’era Turn
– Ma la ben che le buta na beuta. Bianche o neigher, basta che il beiva.
– Turn ti è arrivata la posta?
– Si, l’ho fumata tutta.
Preferiva via aerea, insisteva che gli spedissero via aerea, poi tirava su le cicche, svuotava il tabacco e si fumava Caro Amore Mio, ti voglio tanto bene, per piacere scrivi lettere lunghe…
C’era un odore di calzetti e mutande che bollivano insieme ai pidocchi, di caffè e di umano sparso.
Il pavimento della tana era un tetto di isba.
Si dormiva vestiti, era un caldo becco, ma non potevi spogliarti perché non sapevi mai quando toccava correr fuori.
Però era caldo, sporco e caldo.
Tane.
Perché con la guerra tiri tardi, tutta notte in giro e di giorno dormi in tana. Animali notturni se diventa.
E allora dico
– Meschini fa polenta
e Meschini se pianta.
Meschini aveva una barba… una forza…. Era un conducente di muli. Le reclute lo ascoltavano e lui raccontava storie di muli. Ex-conducente di muli… e allora si piantava davanti alla polenta come il dio Vulcano sull’incudine, solo lui la faceva così, la menava e in tre secondi sudava tutta la barba e intanto parlava di muli, muli de Albania, muli de Grecia, muli de Russia, nomi di muli, mulologie, le reclute lo ascaltavan incantai…
Puzzava di mulo, aveva la forza di un mulo, faceva la guerra come un mulo, la polenta che ci faceva era mangime di mulo, segale!
Aveva una faccia che era una crosta di terra e noi eravamo tutti come lui.

2° frammento

… Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato.
Ho ancora nelle orecchie il cric croc della neve sotto gli scarponi, e gli starnuti, i colpi di tosse delle vedette russe sull’altro lato del fiume, e le canne, l’erba secca che come ti muovi faceva rumore. Negli occhi se ci penso il quadrato di Cassiopea sopra la testa, tutte le notti, e il quadrato di tole di legno della tana sopra la testa, tutti i giorni… e se ci penso ben nel sangue ho il brivido di quella mattina che la Katiuscia ci scaraventò addosso tutte insieme le sue 72 bombarde.
Il caposaldo era laggiù, sulla riva del Don nel paese dei cosacchi.
Le trincee scavate sulla collina, sopra terra nera sotto gesso.
La scarpata precipitava nel fiume, doveva esser stato un bel paese.
Ormai in piè solo i camini, il resto delle case bruciate.
Mezza chiesa, dentro la pesante, la postazion, un osservatorio e il comando “Pronto, qui Valstagna, parla Beppo. Parla Beppo, qui Valstagna”, Valstagna a venti minuti di uccello dal mio paese, Beppo, capitan Beppo.
Il paese era vuoto ormai, solo noi e i gatti: grossi, grassi e russi… e i vien un pensiero vicentino.
Ho messo la trappola ma eran diffidenti, non si facevano prendere “Sparaghe col moschetto” eh… adesso c’ho pensato, allora mi ero intestardito della trappola.
Gatti e topi.
I topi erano la Russia, venivan dappertutto, sotto le coperte, quando dormivi.
Quando finivi la vedetta, tornando indietro la mattina, prima di andare in letto, macinavi polenta: la macina, due tocchi di rovere coi chiodi, un buco per entrare, uno per far uscire la farina.
Mi piaceva andare in giro a fregar le sentinelle
– Altolà, chi va là!
– Ciavàdebrexa..
– In mona Asiago…
Impossibile imitar l’accento per i Russi, meglio di una parola d’ordine.

(dal libro “Il Sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern)

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