teatro

Parlamento chimico storie di plastica

2002
testi composti da Francesco Niccolini e Marco Paolini
con Marco Paolini
assistenza tecnica Marco Busetto
organizzazione e distribuzione Michela Signori
produzione JOLEFILM con la collaborazione di Armunia Festival Costa degli Etruschi

Hanno collaborato alle ricerche: Daniela Basso, Carlo Cavriani, Giuseppe Cederna
Si ringraziano Gianfranco Bettin, Daniele Del Giudice, Alfiero Farinea, Paolo Rabitti, Enzo Tiezzi e quanti tra gli operai, i loro famigliari e i residenti nella zona di Porto Marghera hanno offerto testimonianze preziose.

Porto Marghera: nascita, sviluppo, ascesa, crisi e morte del capitalismo italiano.
Ottanta anni, perché questa storia inizia nel 1917: mentre gli Italiani crollano a Caporetto, il conte Volpi di Misurata riesce ad ottenere i permessi per costruire il nuovo porto di Venezia, a Marghera appunto, sognando di rinnovare lo splendore dell’antica Venezia grazie alla nuova città, futurista, solo industrie, ciminiere e velocità.

In 40 anni Porto Marghera – avvalendosi di leggi fatte ad hoc, complicità, giochi di potere ed una buona dose di intelligenza mista ad incoscienza – diventa un grande polo industriale dove dal dopoguerra con l’istallazione degli impianti petrolchimici si sviluppano le più avanzate produzioni della chimica italiana.

Oggi i principali protagonisti di quella storia sono tutti morti o all’estero: saltati per aria, suicidati, sotto processo o morti di cancro.
Oggi Montedison ed Enichem, i fiori all’occhiello della storia dell’industria chimica italiana, vivono nell’aula bunker di Mestre un processo che rischia di essere epocale, perché deve assolvere o punire la colpa di strage e disastro ambientale, obbligando a fare quello che su questa scala non è mai successo: risarcire il danno e risanare l’intera Laguna.Una Laguna che la lungimiranza della Serenissima Repubblica ha preservato per secoli, facendo prevalere sempre il senso del bene comune contro il bene del singolo, ma che un solo secolo di ingordigia ha trasformato in una palude semi-interrata, dove le maree non riescono più ad alternarsi naturalmente e dove i pesci portano dentro di sé i segni del tempo: cloro, mercurio, fosfati, piombo, alluminio, diossine, e altre sostanze tossiche.

Ma quelle migliaia di operai e di famiglie che da ottant’anni guardano con fierezza ed orgoglio a quella fonte di lavoro, emersa dalle acque come Venere, ma più indispensabile di ogni dea della bellezza? come difendere il lavoro e salvare polmoni e fegato? come non spremere fino in fondo quello che un tempo fu il più prezioso dei beni della collettività? e chi lo deve decidere, amministratori delegati azionari di maggioranza nuove holding merchant bank e bamboline russe che giocano a nascondino con i nomi e con i debiti?

Può il teatro raccontare questa storia?
Tre anni di ricerche, un laboratorio permanente aperto ad ingegneri, chimici, esperti di finanza, giornalisti, sociologi, scrittori, storici. Fra di essi Gianfranco Bettin, prosindaco di Mestre e scrittore, Daniele Del Giudice, scrittore veneziano, Paolo Rabitti, perito del Pubblico Ministero Felice Casson nel processo contro Enichem e Montedison, ingegnere ed urbanista. E un narratore, Marco Paolini, alla ricerca di forme possibili per questo racconto lungo un secolo.

“Il teatro, a differenza di un articolo di giornale, fa lavorare insieme il cuore e il cervello. Da questo punto di vista assomiglia a un libro, però forse ci aggiunge l’emozione del luogo pubblico. Visto che siamo in un tempo in cui non tutti gli interlocutori, gli spettatori, i cittadini hanno la pazienza e la voglia di leggersi dei libri, forse il teatro è l’occasione per creare degli stimoli. Ciò fatto, non è il luogo in cui si prendono decisioni, non è il luogo in cui si dà una linea, o che indica delle soluzioni – perlomeno io non l’ho mai inteso così. Credo che raccontare qualcosa che è di per sé complicato sia la sfida di un racconto teatrale come questo, “Storie di plastica” che, anche se lungo e complesso, naturalmente non esaurisce tutti gli argomenti. Penso che comunque vari fattori, in primis quel lungo processo e poi i libri che sono usciti, abbiano determinato nel territorio un diverso interesse per il destino e il futuro di Porto Marghera. Semplicemente mi chiamo dentro come cittadino, come abitante, anche come teatrante. Mi chiamo dentro questa discussione senza avere nessuna pretesa di soluzione in tasca.”

1° frammento

… Nude le fabbriche, che quando si accendono di quelle luci che ti fanno vedere il sistema circolatorio, gli organi… è porno… per questo piace agli uomini. Conosco diversa gente sedotta di notte dai petrolchimici sparsi nel paesaggio: è qualcosa che attrae, di più i maschi, con quei fuochi, quelle luci, le strutture a cui però non sai dare un nome, se non ci lavori da dentro. Cosa passa nei tubi? cosa cucinano quelle pentole? vedi solo la metà di sopra, perché sotto c’è il muro che taglia la parte non visibile, le radici. Ci ho messo anni a capire che la metà erano navi e non fabbriche! come facevo ad immaginare che il canale arrivava fino appena di là del muro?! non la senti l’acqua, in quel porto, è circondata dal muro della città… sì, città! perché se dico fabbrica immaginate una cosa chiusa: quella è una città fabbrica. Campi campi campi coltivati a fabbriche dove si fuma solo nascosti in cesso, perché fumare all’aperto è vietato, perché è pericolosissimo.
Invece, dall’altra parte, dall’acqua, Marghera è tutta un’altra cosa.
Porto Marghera vista dalla Giudecca pareva New York, con l’arco illuminato che fa tanto ponte di Brooklyn: la skyline di Porto Marghera dal ponte della Libertà è epica almeno quanto Venezia, è una Venezia rovesciata, futurista…

2° frammento

…1998, 13 marzo: “Per aver provocato il delitto di strage e disastro continuato mediante azioni e omissioni che cagionavano pericolo per la pubblica incolumità dentro e fuori i reparti CVM PVC, tanto che ne venivano morte e malattia, per non aver adottato misure necessarie alla salute, per aver fatto bilanci di manutenzione del tutto insufficienti, per non aver disposto misure di sicurezza in ogni ambiente di lavoro, per non aver spostato di reparto gli operai a rischio malattia, per aver fatto un infermeria del tutto insufficiente a quella situazione, per aver nascosto informazioni ai dipendenti, per aver istallato gascromatografi (che sono campanelle che sentono la percentuale di gas dentro i reparti) non idonei, per aver fatto bacini e scarichi abusivi e per averci messo rifiuti anche tossico nocivi, per non aver impedito, ma anzi incrementato avvelenamento di aria e acqua anche con diossine, dagli impianti clorosoda CVM e PVC e cloro derivati, rinvia a giudizio: Cefis Eugenio, Medici Giuseppe, Schinberni Mario, Necci Lorenzo…”. Sono ventotto nomi, il ventinovesimo sarebbe Raul Gardini se non si fosse suicidato cinque anni prima, il 23 luglio del 1993.
La sentenza del Tribunale di Venezia arriva dopo quattro anni, il giorno dei morti, il 2 novembre del 2001 e “assolve i predetti imputati dai reati di disastro innominato colposo, omicidio colposo fino al 1973 perché il fatto non costituiva reato, dopo il 1973 perché il fatto non sussiste”.
Prima, dice il giudice, non c’era una legge da infrangere, non c’era una legge che stabilisse la concentrazione massima per i lavoratori, i limiti per l’inquinamento, non c’erano leggi che imponessero il rispetto di quelle condizioni. Dopo il ‘73, dopo la scoperta della tossicità della malattia, tutto è stato fatto nel migliore dei modi possibili…