televisione

Il Sergente Diretta tv del 30 ottobre 2007

Trasmesso su LA7 in diretta dalla Cava Arcari di Zovencedo (VI) il 30 ottobre 2007

Spettacolo teatrale di Marco Paolini
Tratto e dedicato a Il Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern
Autori del testo teatrale: Marco Paolini, Michela Signori
Maestrino di scena: Marco Austeri
Regia televisiva: Fabio Calvi
Aiuto regia: Valentina De Renzis
Direttore della fotografia: Daniele Savi
Elementi scenici e coordinamento luci: Andrea Violato
Consolle audio e suoni: Roberto Grassi
Produzione e organizzazione generale: Francesco Bonsembiante e Michela Signori
Allestimento: JOLEFILM in collaborazione con PLAYMAKER per LA7
e con la partecipazione di Laboratorio Morseletto Berica Pietre
Direttore di produzione: Chicco Minonzio per Cose di Musica
Assistenti di produzione; Marco Busetto, Giacomo Gagliardo, Iuri Pevere
Amministrazione e affari legali: Lorenza Poletto, Germana Scalco
Produzione esecutiva per LA7: PLAYMAKER
Responsabile produzioni esterne: Emanuele Finardi
Responsabile produzione esecutiva: Laura Cappelli
Assistente di studio: Tito Tolve
Delegato di produzione per LA7: Fabrizio Corner
Responsabile production accounting per La7: Alessandra Licatalosi
Contabilità: Manuela Reale
Segreteria organizzativa: Maddalena Bonsembiante, Lucia Candelpergher
Ufficio stampa: Giambattista Marchetto_CHARTA BUREAU, GOIGEST
Foto e immagini: Isabella Balena, Alessandra Chemollo, Iuri Pevere, Raffaella Rivi, ASA AUDIOVISIVI, SEDICI NONI
Comunicazione: DADAKOOL, LA PICCIONAIA/I CARRARA, SPLINTER
Strutture: STYLE SERVICE
Service audio e luci: R&NT Rental & More, ELIS, MORDENTE MUSIC SERVICE
Capoelettricisti: Cristian Bobbo
Riprese video: CINEVIDEOSTUDIO
Responsabile tecnico: Luca Scamperle
Direttore di produzione: Emanuela Bertolotto
Coordinatore di produzione: Nicole Manno
Responsabile della logistica: Salvatore Aglieri

Musiche:
Uri Caine esegue al piano Marcia composta per Il Sergente
Mario Brunello esegue al cello Alone di Giovanni Sollima

Produzione JOLEFILM 2007 ©

“Il Sergente” prende vita e ispirazione dal romanzo “Il sergente nella neve”, scritto nel 1953 da Mario Rigoni Stern. L’opera vive del racconto autobiografico dell’allora sergente Rigoni, impegnato nella sanguinosa campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale.
Ambientato nell’inverno 1942-43, il libro affronta, con tono vibrante e ricco di un pathos pacato, uno degli episodi più drammatici nella storia bellica italiana: la ritirata dei soldati attraverso la taiga russa.
La messinscena di Marco Paolini restituisce il dramma di Rigoni e dei suoi compagni, esseri umani profondamente sconvolti dal conflitto, che mantengono però fino in fondo la propria dignità.

Il lavoro di Paolini ha preso avvio da un viaggio in Russia nel 2004 che ha incrociato la storia della ritirata italiana dal Don del 1943.
Il testo teatrale ha preso forma di racconto corale, alle parole del Sergente tratte dal libro si sono via via aggiunte quelle dei suoi compagni che Paolini evoca con brevi dialoghi e sfumature di dialetti diversi.
Il viaggio nella Russia di oggi si alterna alla vicenda dei soldati in marcia verso l’Italia. È questo il punto di vista che Paolini utilizza, quello di un viaggiatore in cerca di tracce di passato per ragionare sul presente. Quello di un europeo che ragiona sulla guerra e sugli uomini coinvolti in essa perché non vuole adattarsi ad essere spettatore rassegnato di conflitti che visti in televisione diventano immagini di sottofondo al nostro quotidiano.

Il riallestimento nella ex cava Arcari di Zovencedo (VI) riporta in scena alcune parti di racconto che Paolini aveva abbandonato nel percorso teatrale dello spettacolo. E invita ad un’esperienza più intima, legata alla vicenda umana di Rigoni Stern (cui è stato dedicato l’evento) e dei suoi uomini.
La scelta del luogo per la diretta su LA7 è carica di senso. L’intento era di non creare con la finzione un paesaggio realistico, ma di convocare il pubblico in uno spazio freddo, lunare, segnato dalla durezza.
Allo spettatore di fronte al teleschermo, Marco Paolini intende trasmettere il deserto interiore e il gelo nelle ossa di quei soldati sperduti nella taiga. Perché la follia di quella ritirata non sta solo nelle granate e nelle vite spezzate dei caduti, ma soprattutto nella disperazione glaciale che ha devastato l’anima anche di chi è tornato.
Come nella neve senza fine delle pianure sul Don, nel ventre dei colli Berici si perdono i punti di riferimento e si rimane in balia del freddo. E sarà un’esperienza intimamente suggestiva, dolorosa.

A me interessa fare il teatro in TV, ma in diretta e con un pubblico in carne ed ossa.
Trovare per “Il Sergente” un’ambientazione naturale che rimandasse alla steppa russa, al Don gelato che si attraversava a piedi, era impossibile, immaginare un allestimento su un fiume era difficile e, di certo, non potevamo mettere della neve posticcia. Quando ho trovato questa cava mi è sembrata perfetta per raccontare una discesa oltre ogni limite, al fondo della condizione umana, come quella che racconta Rigoni Stern, quella “piccola Anabasi dialettale” di un gruppo di soldati come la battezzò Elio Vittorini. Rigoni scrive “ero diventato un sasso, un minerale”, freddo e gelido, come questa pietra sotterranea.
Nel racconto intreccio il coro dei soldati in marcia che rappresento e il mio sguardo quando sono andato sul Don a cercare la postazione dei nostri soldati, per seguire le tracce del libro. Ho provato a mettermi nei panni dei nostri che ci andavano con il senso di colpa degli invasori, ma parlando con la gente di là, mi sono sentito a casa. La vita contadina è una radice comune; i contadini russi che sfamavano quei disperati di italiani, invasori in fuga, poveri cristi… e ho pensato a Pasolini che parlava di limitatezza della Storia e immensità del mondo contadino.

Marco Paolini

[…] Don significa acqua non in russo ma persiano antico. Eh sì, la Russia ha sempre stimolato la fantasia degli invasori, Persiani, francesi, tedeschi, italiani.
Mi sono accorto che il Don mi attirava, più di tutto. Chissà com’era sto fiume?
Son partito con una Zaporozec (è la macchina dei cattivi nei film di 007, coi vetri fumé e secondo me noi dentro sembravamo la mafia), appena dopo il confine con la Russia ho sentito il richiamo di quell’acqua che non avevo mai visto, di quel confine d’Europa…e ho capito che dovevo rallentare forse, dovevo arrivare all’acqua del Don alla fine del viaggio.
Non potevo arrivare lì e far finta di tornare indietro facendo la strada dei soldati verso casa. Così ho rallentato, mi sono fermato a dormire dove ci hanno ospitato.
E una mattina all’alba passiamo sopra al Don e l’autista dice “Dobbiamo fare un giro largo”. Arriviamo a Pavlosk.
Che bella città, casca a tocchi, ma è bellissima, sembra i “Demoni” di Dostoevskij con ‘sti tubi dell’acqua che corre alti a 4 metri, perché d’inverno giassa e giassa sul serio… meglio allora che sia fora el tubo…
Ci sono le barche davanti alle case, esattamente come a Murano, solo che ci sono di quelle piscine per le strade, che tra un marciapiede e quell’altro il dubbio ti viene: se la barca sia per andare sul fiume o per attraversare la strada.
E poi ci sono le betulle, gli occhi sparsi in mezzo alle case, e i gatti… madonna quanti gatti! Mi fermo in mezzo ai gatti ad aspettare Michail, che è proprietario di vaporetto sul Don.
A dire il vero il vaporetto è dello Stato, sì, ma insomma…
Oggi è il suo giorno di riposo, ma noi paghiamo in euro.
“In Russia si può comprare tutto“ dice e ha un sorriso da qua a là.
La cosa non mi rassicura, ma finché si tratta del vaporetto da comprare, può andare…
Partiamo, che emozione, sono in vaporetto sul Don, da solo con lui.
Com’è il Don? Placido Don.
Quanto placido? …de più, guaivo, senza pendenze va giù fino al mare, così se c’è una bava di vento si increspa come l’onda sul mar e le sponde, siccome il fiume non va su, hanno gli alberi che si inchinano, le betulle, le pioppe, anche le canne, una vegetazione rigogliosa, neanche un paese.
Dove sono i cosacchi del Don?
Il capitano mi fa: – Sono andati via con Hitler, altri con Stalin. Non sono tornati indietro.

Il Don è una linea d’ombra dell’Europa, un fiume dimenticato. Ho pensato: “Che bello stare qua sopra e andare fino al mare sul vaporetto”.
Poi mi sono detto “Ebete, mona, sei qui per trovare le tane degli alpini, concentrati”.
Prendo un pezzo di carta su foglio di quaderno che mi ha dato il Sergente Rigoni del ’42. Lo incrocio con la carta russa, non coincide. Lo metto vicino a una bella carta inglese, non coincide. Son disperà’.
Il capitano mi fa: – Vado a prendere il libro nautico, sai guidare il vaporetto?
Dico : – Oh, son quasi di Venezia
Non par difficile, ci son le boe invece che le bricole. Avvicinandosi le rive provo a tastare il timone, do un mezzo giro la barca va dritta. Do un giro completo di timon, la barca va dritta. Boia che scarroccio!
In prossimità della curva, do tre giri di timone, la barca si mette di traverso.
Arriva il capitano, mi dà libro nautico e riprende il timone, mi guarda, mi fa: “Così guidano vaporetti a Venezia?”. Brutta figura internazionale.

Provo ad immaginare dove potrebbe essere stata la postazione e non è facile perché non ci sono più i segni di riconoscimento, i campanili, i paesi, niente, ora qui è tutto wildness, selvaggio.
[…]

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