televisione

Il milione

Trasmesso in prima visione su La7 il 9 settembre 2009

Regia di Giuseppe Baresi e Marco Paolini
Con l’amichevole partecipazione di Mario Brunello
Autori testi teatrali:  Francesco Niccolini, Marco Paolini, Michela Signori
Montaggio: Valentina Andreoli, Giuseppe Baresi, Sara Zavarise
Produzione: Francesco Bonsembiante e Michela Signori

Le riprese sono state effettuate presso:
Laguna di Venezia, Lungolaguna del Lusenzo – Chioggia VE, Grande Erg Orientale tunisino, Teatro del Parco – Mestre VE.

Produzione JOLEFILM 2009
Durata: 82’

Il Milione è un lavoro pensato e creato in palcoscenico, presentato al cinema e distribuito in televisione e in libreria. Proposto al pubblico teatrale per la prima volta nel 1997 e oggetto di una memorabile diretta televisiva  trasmessa da Rai 2 l’anno successivo, è un capolavoro del teatro di Paolini. Il riadattamento televisivo si snoda attraverso le riprese dello spettacolo dal vivo a Chioggia, le immagini girate nella Laguna di Venezia e quelle girate nel deserto del Sahara, è  stato presentato al pubblico alla 66° mostra internazionale del Cinema di Venezia, nella sezione “Giornate degli autori – Venice Days”, ed è stato trasmesso per la prima volta su La7 nel settembre 2009 e successivamente pubblicato da Einaudi unitamente al libro Quaderno del Milione.

Il Milione è un quaderno di viaggio che attraversa tutta la storia di Venezia e che grazie alla parola dell’attore, si fa musica, scena, immagine. I rimbalzi temporali e geografici del racconto avvengono in ambienti diversi: dal paesaggio metafisico lagunare al deserto tunisino, dalla terraferma alla laguna a bordo di un Burcio Veneziano continuamente suggeriti da frammenti di viaggio.

È in questo panorama quasi surreale che si disvela la mappa/racconto disegnata da Campagne, uomo di terraferma, in barca con Sambo, misterioso personaggio, ricco d’esperienza della città-isola e dei suoi mille anni, dai pali delle prime palafitte a quelli della Conterminazione e che a tutt’oggi delimitano il territorio fatto di acqua e terra di Venezia, delicato oggetto d’amore di questo racconto, praticamente mai citato direttamente ma sempre presente, nella tela tessuta da Campagne, che si fa al tempo stesso Rustichello da Pisa e Marco Polo, nel tentativo di dettare e trascrivere storie ed orizzonti: isole, paesi, mercati, caravanserragli, dall’isola alla Cina, passando per Mestre, Marghera e tutto il Nord Est, diventando emblematicamente “terra delle villette”, al di là della Tangenziale e della linea Maginot dei Centri commerciali che separa Venezia dal resto del mondo.

Il Milione è un intreccio di storie antiche e contemporanee, che segue arabeschi da tappeti orientali e strani personaggi di terra e di mare di ogni parte del mondo, nel tentativo di dar dignità agli sforzi di chi ha deciso di continuare ad abitare nella città più scomoda d’Italia.

Essere nostrani è un bel vantaggio, ammettetelo. Condividere lingua, terra, storia ha un suo fascino esclusivo. Io scrivo in lingue foreste, lingue affini anche se non uguali a quelle dei padri. Uso queste lingue per raccontare storie di questa terra, terra di confini e vicinanze, di diffidenza e generosità, di business e d’ignoranza grossa. Terra di gente presuntuosa che vorrebbe distinguere il mondo di nostrani e foresti, i nostrani tutti dentro i foresti fuori, partendo dal presupposto che il peggiore dei nostrani è meglio del migliore dei foresti. Io non scrivo per loro. Mi rivolgo, anzi, a chi fa più fatica a capire le parole di questo dialetto, mi rivolgo alla loro intelligenza.
Il Milione è un ponte fra nostrani e foresti, uomini che non si riconoscono per la patria d’origine, ma per quella d’adozione, per quella a cui hanno deciso di dedicare i loro sforzi, il loro lavoro.
Il Milione è la storia di una città fatta su acqua edificabile, dei popoli che l’hanno abitata e, in modo controverso, costruita e modificata.
Dedicato a chi non ha paura di lottare perché questa retorica nostrana non trionfi, perché le città siano città e non l’imitazione di centri commerciali, simulacri di Bengodi.

Marco Paolini

Chiamatemi Campagne.
Alcuni anni fa, non importa quanti esattamente, avendo pochi o punti denari in tasca, e nulla di particolare che mi interessasse alla mia terra, pensai di darmi al navigarla e vedere la parte acquea del mio mondo.
È un modo che  ho di cacciare la malinconia e regolare la circolazione, ogni volta che mi accorgo di atteggiar le labbra al torvo e nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, decido che è tempo di mettermi in Laguna.
Eccovi dunque, vista da terra la città insulare, da Fusina, da Treporti, da Tessera, da Marghera. La città che sprofonda.
Uno specchio d’acqua bassa, invalicabile la separa da sempre dal resto del mio mondo conosciuto.
Questa è la mia acqua e questa è la mia terra. Di Campagna non ce n’è più.
Ma per quelli di là il mondo è ancora diviso in nostrani, campagna, foresti e Napuli.

[…]

Prima acqua alta alle dieci di sera, all’uscita da teatro, aaah! acqua alta!…
Cos’ ti fa? Niente, ti speti tutta la note a teatro.
Mattina dopo alle sei doveva ritirarsi. Niente. Orco! Mezzogiorno nuova ondata di marea più alta della prima, salta telefoni, luce, gas, un caldo sciroccale, era novembre, barche raminghe per campi e per calli, mezze affondà, gente isolata sui ponti là in giro.
Cos’ ti fa? ti speti! Ti speti le sei il cambio della marea.
Calata la notte precoce, era novembre, rotto ogni rapporto con il mondo che non fossero i transistor, sotto la piova di scirocco s’aspettava il cambio di marea.
Dopo le sei, al momento che l’acqua doveva cominciare a calare, riprese a salire.
Cos’è successo? Tre maree così? Sei ore cala sei ore cresce. Cos’è successo?
I murazzi? E chi lo sapeva? La diga in pietra d’Istria rotta in breccia dalla mareggiata, i lidi, le lingue di sabbia tra il mare e la laguna scomparse!
Sant’Erasmo, davanti alle bocche di porto dispersa sotto onde alte fin quattro metri.
Il campanile di Murano in fondo alla laguna galleggiava in prima fila, davanti alla mareggiata.
San Pietro in Volta, Pellestrina, due paesi caricà sui motopesca mentre le case affondava una a una. Alla Giudecca la sensazione che il mare sbattesse per entrare in casa.
Le otto, le nove di sera, quando nessuno più se l’aspettava, gira il vento, e l’acqua cala, rapida, a cascata, resta un segno nero sul muro di nafta, gasolio, di merci avariate, di barche distrutte, una rabbia in corpo, una rabbia, una rabbia..
– Acqua cussì? Mai successo! Impresionante!  […]