televisione

Miserabili. Io e Margaret Thatcher Diretta tv del 9 novembre 2009

Trasmesso su La7 in diretta dal Taranto Container Terminal del Porto di Taranto il 9 novembre 2009

Spettacolo teatrale di Marco Paolini
Musiche originali composte ed eseguite dai Mercanti di Liquore:
Lorenzo Monguzzi Piero Mucilli Simone Spreafico
Autori del testo: Andrea Bajani, Lorenzo Monguzzi, Marco Paolini, Michela Signori
Regia televisiva: Fabio Calvi
Aiuto regia: Valentina De Renzis
Direttore della fotografia: Daniele Savi
Produzione e organizzazione generale: Francesco Bonsembiante, Michela Signori
Direttore di produzione: Chicco Minonzio per Studio Metria
Consulenza storica: Giovanni De Martis
Consulenza musicale: Carlo Rebeschini
Assistenti di produzione: Cristian Bobbo, Carlo Bruni, Paolo Palasciano
Amministrazione e affari legali: Lorenza Poletto, Germana Scalco
Segreteria organizzativa: Maddalena Bonsembiante, Valentina Bonsembiante, Lucia Candelpergher, Francesca Cuzzolin
Coordinatore di produzione per LA7: Fabrizio Forner, Karen Gherhards
Coordinamento operazioni esterne: Sonia De Angelis, Giulio Mautone
Responsabile tecnico: Roberto Innocenzi
Coordinamento di rete: Alberto Rinchiusa
Operatori Tes: Marco Boglioni, Dario Colombini, Alberto Tugnoli
Ufficio stampa: Giambattista Marchetto_CHARTA BUREAU, GOIGEST, Ileana Sapone_Teatro Pubblico Pugliese
Elementi scenici: Andrea Violato
Service luci: AMANDLA PRODUCTION
Consolle luci: Gaetano Rando
Impianti elettrici: TREZZA SABATINO
Fonico di sala: Corrado Cristina
Fonico di regia: Lorenzo Caperchi
Riprese HD: L’OPERA Broadcast Video
Coordinamento tecnico: Daniele Villani
Grafica: SIGMA CONSULTING SYSTEM
Strutture: STAGE SYSTEM, GRUPPO 2 A, STAFF SHOW
Runner: Ivan Saudelli
Gruppi elettrogeni: OGR ITALIA
Relazioni tecniche: Ingegnere Alberto Durante
Assicurazioni: LODI BROKERS
Fotografo di scena: Massimo Pastore

Musiche
Il CapitaleAngelino SempreinpiediIl rischioO la borsa o la vitaKarma Kola,Mrs ThatcherMiserabile amicaL’ItaliaRossana
dei Mercanti di Liquore

La libertà
di Gaber – Luporini

Lo spettacolo è stato realizzato con il sostegno e la collaborazione di Taranto Container Terminal spa, Autorità Portuale di Taranto, Regione Puglia, Comune di Taranto, Taranto Film Commission, Teatro Pubblico Pugliese.

“Miserabili. Io e Margaret Thatcher” è stato presentato al 23° Festival International de Programmes Audiovisuels (FIPA) di Biarritz, in concorso nella sezione Musica e spettacoli (26-31 gennaio 2010)

Vincitore del Prémio de Registo de Realização Cénica al FAMAFEST 2010 XII Festival Internacional de Cinema e Vídeo de Famalicão (Portogallo)

Miserabili è un racconto in forma di ballata, composto in quadri per raccontare il cambiamento della società italiana a partire dagli anni ’80. In questo senso è anche la prosecuzione del percorso degli Album, una sorta di autobiografia collettiva di certi italiani.
L’argomento centrale è l’economia, l’intreccio di “macro” e “micro”, le ricette e le delusioni del passato recente che sconfina nel presente. E si ragiona ad alta voce e senza pregiudizi sull’influenza crescente delle regole (e dell’assenza di regole) di mercato sul nostro modo di immaginare il futuro senza progettarlo, di vivere il presente, di rimuovere la memoria.
Margaret Thatcher è la co-protagonista dello spettacolo, in un dialogo immaginario con Nicola, alterego di Paolini che ritroviamo dagli Album. L’ex premier inglese diventa, infatti, il simbolo vivente del mutamento della società.
La data e il luogo scelti per questa diretta televisiva non sono casuali. A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, Paolini ha scelto una frontiera, quella del porto di Taranto, cancello di ingresso di merci dal mercato asiatico all’Europa e viceversa. Per ricordare come il mercato non abbia cambiato solo il mondo comunista di oltre cortina, ma anche la società in cui viviamo.

Qualche anno fa, nel 2006, lavorando allo spettacolo, ho cominciato a cercare il modo per provare a dar voce al disagio che avevo intorno ma che non riuscivo a spiegare. Sono partito da cinque righe del romanzo di Victor Hugo che fanno gelare il sangue: il concetto di miseria non come povertà, ma come mancanza di prospettive. Una cappa sotto la quale le reazioni sono individuali e non sociali, e sotto la quale crescono paura, razzismo, intolleranza.
Io credo che non si possa uscire dalla miseria senza qualcosa che la contrasti e questo qualcosa è la speranza.
Il punto di partenza del mio ragionare è stato lo strapotere dell’economia sulla mia-nostra vita. Non un’invettiva contro il mercato, ma una presa d’atto della sua onnipresenza anche in momenti e settori che un tempo non gli competevano. Un mercato senza regole, imposto come unico modello che divora tutto il nostro tempo.
Ho ragionato di come la tentazione della pietra filosofale avesse contagiato gente fino a poco prima del tutto immune a questo tipo di seduzione e di come esoterismo, previsioni di mercato, nuove attese di vita, viaggi low cost, facilità di contrarre mutui o prestiti, circolazione libera dei capitali, insieme alla velocità delle informazioni in rete, ci avessero cambiato.
Le soluzioni solo economiche della crisi attuale lasciano intatto il problema di fondo: senza dei forti contrappesi culturali, Economia e Politica non sono in grado di pianificare il nostro futuro.

Ho scelto di dialogare con la Thatcher che negli anni 80 abbatté le barriere legislative a favore della circolazione speculativa di capitali e pur non essendo l’autrice di ricette economiche ne è stata un potente amplificatore. Ho chiesto alla Lady di Ferro: di tutto quello che passa in un giorno alla Borsa, Signora, l’1% si investe davvero mentre il resto si passa di mano in mano, domani riprende a girare, lo sa Lei questo?
Non mi ha risposto.
Così abbiamo pensato di portare la diretta di “Miserabili” nel porto di Taranto. In quel posto è come a Marghera, vicino a dove vivo io: di sera sembra Blade Runner. Siamo sul tacco dell’Italia. E non siamo nemmeno sulla terraferma, ma su una piattaforma che si estende sul mare, in mezzo ai container. Da una parte c’è il porto, la porta dell’Europa dalla quale entrano le merci provenienti dall’Oriente. Dall’altra c’è l’Ilva, una icona della old economy, quella economia pesante che oggi sembrerebbe in via di estinzione.
Insomma, siamo in mezzo ai mondi in movimento, siamo in un punto focale per l’economia del Sud e nell’area dove si registra la maggiore concentrazione di agenti inquinanti d’Europa (anidride carbonica, ma anche diossina).
Taranto è un nodo di contraddizioni ed è, forse, lo specchio di questo universo che ci ruota attorno.
Ma non abbiamo scelto Taranto perché è una città simbolo, ma perché è uno degli ultimi pezzi di terra sul tacco dell’Italia e volevamo scendere a Sud, volevamo rovesciare la prospettiva. Volevamo provare a guardare dal mare la crisi che colpisce la terra. Che colpisce il Nord Europa come l’Africa, la Svezia come la Bolivia, il Veneto e la Campania, la Puglia e il Canada.
E provare a interrogarci. Possiamo fare qualcosa? Possiamo fare un po’ di manutenzione di questo nostro mondo?
Ho il dovere di sperarlo e di essere contagioso, a questo serve la cultura. L’unico modo di combattere la paura di tanti è costruire speranze non solo per pochi.
Di speranze parlano anche economia e politica, ma spesso sono “attese” che si traducono in previsioni che se non succedono generano delusioni. Non sono un illuso e anche se la politica (e l’economia) spesso mi hanno deluso non credo se ne possa fare a meno. Però degli illusionisti in economia e in politica si può fare a meno, basta imparare a riconoscerli.
Credere nell’enalotto non è coltivare una speranza, ma affidarsi a una probabilità assurdamente piccola. Quando Reagan diceva: “Voglio un paese in cui per tutti ci sia la libertà di diventare ricchi” sapeva bene che offriva a ciascuno le stesse probabilità dell’enalotto. La speranza venduta al mercato è roba cattiva, che scade subito, e fa male, l’altra è roba da produrre in proprio.
È importante non lasciar manipolare le parole e ridargli il significato, a questo può servire anche il teatro, oltre ai giornali, a condizione di essere credibile e comprensibile. La speranza, come la paura, non sono esclusive, anzi, coinvolgono trasversalmente. Solo che la paura è passiva e la speranza no, va coltivata. La paura è la nuova miseria, o almeno un suo componente essenziale insieme all’intolleranza e alla solitudine. Un destino da cui non si esce e non si può uscire da soli. La società così inutile alla signora Thatcher diventa la sola speranza per affrontare questa miseria che non dipende dal portafoglio pieno o vuoto.
Da cosa si parte? Dalla Costituzione certo, ma non ci si può fermare lì. Oggi non è vero che questa è ancora una Repubblica fondata sul lavoro.
Su cosa ci stiamo fondando dunque? Non ho risposte semplici, ma non smetto di pensarci.

Marco Paolini

[…] Ho visto anche la ricostruzione io. Anzi hanno ricostruito anche me perché dopo la guerra sono riuscito ad andare sotto una macchina. Guarda che non ne passavano tante a San Piero in Busa, però sono riuscito lo stesso ad andare sotto. Era un camion, piccolo ma senza freni. Mi ha rotto il femore. Sono andato in ospedale, son stato 4 mesi e ho visto di tutto. Il primario si chiamava Gobbi, era primario contemporaneamente di chirurgia, ostetricia, medicina, ortopedia e beveva. Spesso. Così è stato l’assistente Bortolotto a farmi il gesso: 40 giorni di gesso. Quando me l’hanno tolto, avevo una gamba più corta dell’altra di 6 centimetri e avevo perso l’articolazione femore bacino. Pazienza… No, pazienza. Bortolotto aveva sbagliato a fare il gesso.
La mattina dopo il dottor Gobbi invece di fare il solito giro di ispezione punta dritto verso il mio letto bestemmiando:
“…io ca’…io ca’…io ca’…”
“Dottor dottor dottor”
Due assistenti mi tien fermo, il dottore mi prende la gamba e a vivo…crack. Ho urlato fino a che son svenuto. Altri 40 giorni di gesso. Quando mi han cavato il gesso si vedeva che stavolta il lavoro era fatto bene. Manco mal. Però la gamba era diventata fina come un tubetto. Infatti i malati mi chiamavano per l’igiene orale dopo il pasto.
“Ciò ceo, porta il stecco qua!”
Mi si era bloccato il ginocchio. Il dottore fa “sfregare col borotalco”. Io sfregavo ma niente. Pazienza, no pazienza, basta pazienza.
Una mattina il dottor Gobbi, era domenica mi ricordo, invece che fare il suo solito giro di ispezione punta dritto verso il mio letto, bestemmiando festivo.
“io ca’… io ca’… io ca’…”
era uguale al feriale.
“Dottor dottor dottor”
Prende la gamba …e mi fa la riabilitazione… Non son nianca riuscito a urlare. Però saltando sui letti come Cita, ho ricominciato a camminare. Mi han ricostruito come te, dopo la guerra, Italia.
Il nostro reparto era attaccato alla sala che davano l’anestesia, che era il corridoio. L’affare che davano all’anestesia perdeva da tutte le bande, così quando tacavano, tutto il reparto nostro si addormentava. A mezzogiorno l’infermiere per darti da mangiare doveva svegliarti a uno a uno.
Il dottor Gobbi era un chirurgo previdente, quando doveva amputare si teneva alto. Cosa stai pensando Italia? Io volevo ricordati che è solo dal 1978 che siamo arrivati ad avere un’assistenza sanitaria nazionale dignitosa, gratuita per tutti senza che ti domandano prima se hai la mutua o no. Per avere quello che Obama non riesce a fare adesso, noi ci abbiamo messo una vita. E c’è voluto anni per avere un minimo di stato sociale, e basta un niente a perdere le cose quando sei sicuro che le hai da sempre.
[…]

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