televisione

Bhopal 2 dic. ’84 Teatro Civico

con Marco Paolini
testi di Francesco Niccolini, Marco Paolini, Andrea Purgatori
regia Davide Ferrario
direttore della fotografia Giuseppe Baresi
montaggio Claudio Cormio
direttore di produzione Michela Signori
produttore esecutivo Francesco Bonsembiante
amministrazione Lorenza Poletto
allestimento JOLEFILM
in collaborazione con FONDAZIONE TEATRO CIVICO SCHIO, ROSSOFUOCO, STILO
elementi scenici Mauro De Luca
responsabile tecnico Marco Busetto
capoelettricisti Franco Bongiorno
elettricisti Alberto Artuso, Yurji Pevere
macchinisti Roberto Rossetto
aiuti tecnici Enrico Ladina, Mario Pigatto, Davide Zenere
assistenti alla produzione Marco Austeri, Marco Pianegonda, Matteo Ripari
segreteria Elisa Burato, Ludivine Cuisinier, Antonella Losurdo
service riprese e post produzione ASA AUDIOVISIVI (Bologna)
service audio e luci NANE CINENOLEGGI (Milano), MORDENTE MUSICSERVICE (Reggio Emilia)
musiche
“Siyka” (di Osvaldo Arioldi) OFFICINE SCHWARTZ
dall’album “L’internazionale Cantieri” pubbl. MANIFESTO
produzione JOLEFILM 2003

Warren Anderson era il presidente della Union Carbide, la multinazionale della chimica stelle e strisce dalla cui fabbrica indiana di Bhopal (in dismissione e ormai priva di sistemi di sicurezza) fuoriuscì una gigantesca nube di isocianato di metile, sostanza altamente tossica che provocò in una notte la morte di decine di migliaia di persone e che tuttora è causa di morti quotidiane e forme patologiche croniche e devastanti.

A distanza di diciotto anni, ormai diciannove, il popolo indiano non attende solo giustizia, ma che la giustizia decida cosa fare. Nel frattempo, magistrati testardi (evidentemente di pazzi e doppiamente pazzi ce n’è anche là) insistono perché Warren Anderson si presenti davanti a un tribunale indiano per rispondere alle accuse. O, almeno, a qualche domanda. Ma gli Stati Uniti d’America non collaborano. La giustizia americana non può processarlo perché il crimine non è avvenuto in territorio statunitense, né può consegnarlo ai colleghi indiani perché Warren Anderson è irreperibile (anche se tutti sanno che abita a Manhattan ed è anche stato riconosciuto e fotografato da un attivista di Green Peace) e nessuno sa come rintracciarlo. Che per la celebre ‘giustizia infinita’ di George W.Bush esistano due pesi e due misure?

Nuova Delhi, 2 dicembre 2002. Tramonto. Con un ape-taxi raggiungo il mercato serale di Dillhi Hat. È uno dei pochi posti tranquilli e popolari della città: si paga per entrare, dunque niente mendicanti. Ma questa è una sera strana: invece della solita quiete di piccoli commerci di scialli e statuette, c’è una manifestazione. Anche come manifestazione è strana: nessuno urla, niente strattoni, niente calca. Solo decine di persone che in silenzio offrono volantini allo straniero di passaggio. Volantini dove si ricorda che ancora nessuno ha pagato, nemmeno con un giorno di galera, per la strage di Bhopal, accaduta esattamente diciotto anni prima, fra il 2 e il 3 dicembre 1984, pochi minuti dopo la mezzanotte. Non solo, ma qualcuno sta provando a cambiare le carte in tavola e, con qualche spicciolo elargito come indennizzo, vorrebbe cambiare le imputazioni: la strage rischia di diventare semplice negligenza. E questo nessun cittadino indiano lo può accettare. È un po’ come se oggi, a Porta Portese o al Baloon, incontrassi una manifestazione per ottenere giustizia per Piazza Fontana. E si mettesse in dubbio che la legge è uguale per tutti.
Dopo che ti sei imbattutto nella storia della Union Carbide, del suo ottimo pesticida e soprattutto della sua fabbrica indiana di Bhopal, è molto difficile resistere alla tentazione di raccontarla, quella storia.

Francesco Niccolini

La notte del 2 dicembre 1984 Bhopal è in festa. Si festeggiano matrimoni nelle tre comunità principali: quella musulmana e quella indi, predominanti nei quartieri poveri della Spianata Nera, e la piccola comunità cristiana.
Ma in una notte così felice e fresca si danno ritrovo anche i poeti, perché questa è una terra di poesia, un luogo dove ancora, alla fine del secondo millennio, la gente ha la voglia e il tempo di ascoltare. Insomma, nessuno, povero o ricco, musulmano o indù, ha intenzione di starsene a casa, che si tratti di una villa sul lago o di una bidonville attaccata alla grande fabbrica che domina i quartieri poveri della città nord.
Dicono che Bhopal fosse una città molto bella.
È una capitale di stato, il Madya Pradesh.
Geograficamente, è a metà strada esatta fra Bombay e Delhi.
A cinquecento metri sul livello del mare, è città ventilata, circondata dalle acque, che scendono da due laghi, verso la valle del fiume Narmada, fiume sacro come il Gange.
Un milione di abitanti, a predominanza islamica e uno straordinario buon senso che ha insegnato tolleranza e convivenza pacifica: ognuno i suoi quartieri, i riti, i cibi, i propri funerali. È stata retta per quasi cento anni da una famiglia che tramandava il potere da una donna all’altra. Forse per questo Bhopal era la patria della poesia e delle rose. Forse per questo si è sempre dimostrata capace di accogliere pacificamente, a braccia aperte, lo straniero: prima gli Inglesi, poi gli Americani. Le conseguenze, in un caso e nell’altro, sono note.
I primi – si dice, ma solo in occidente – hanno portato la civiltà, i secondi ricchezza e lavoro per molti. E lo stato indiano, sia quello centrale di Delhi che i singoli paesi, compreso il Madya Pradesh, ha sempre guardato di buon occhio i capitali delle multinazionali. Prima con discrezione, poi sempre più sfacciatamente. Forse c’è stato un tempo – che ora sembra preistoria – in cui al grande fratello americano fu quasi preferito il compagno sovietico. Ma – si sa – con gli anni e nonostante qualche piccolo inciampo, il dollaro si è imposto dappertutto, mentre altrove rubli, muri e altri imperi si sbriciolavano.

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