televisione

Cipolle e liberta’ Teatro Civico

Liberamente ispirato a “Cipolle e libertà” di Federico Bozzini, edizioni Lavoro (Roma)

con Marco Paolini
testi di Francesco Niccolini, Marco Paolini, Andrea Purgatori
regia Davide Ferrario
direttore della fotografia Giuseppe Baresi
montaggio Claudio Cormio
direttore di produzione Michela Signori
produttore esecutivo Francesco Bonsembiante
amministrazione Lorenza Poletto
allestimento JOLEFILM
in collaborazione con FONDAZIONE TEATRO CIVICO SCHIO, ROSSOFUOCO, STILO
elementi scenici Mauro De Luca
responsabile tecnico Marco Busetto
capoelettricisti Franco Bongiorno
elettricisti Alberto Artuso, Yurji Pevere
macchinisti Roberto Rossetto
aiuti tecnici Enrico Ladina, Mario Pigatto, Davide Zenere
assistenti alla produzione Marco Austeri, Marco Pianegonda, Matteo Ripari
segreteria Elisa Burato, Ludivine Cuisinier, Antonella Losurdo
service riprese e post produzione ASA AUDIOVISIVI (Bologna)
service audio e luci NANE CINENOLEGGI (MI), MORDENTE MUSICSERVICE (RE)
musiche “Siyka” (di Osvaldo Arioldi) OFFICINE SCHWARTZ dall’album “L’internazionale Cantieri” pubbl. MANIFESTO
“Carica!” (di Osvaldo Arioldi) OFFICINE SCHWARTZ
dall’album “Stoccaggio, armonia e meccanica” pubbl. KOM-FUM MANIFESTO
produzione JOLEFILM 2003

Dovevamo trovare una storia esemplare che parlasse di privilegi. Siamo stati capaci di trovarne solo una che raccontasse di una vita che ne era stata totalmente priva. Una vita dedicata al lavoro e al rispetto di quanto è più lontano dalla logica del privilegio, ovvero il contratto collettivo, diritto condiviso e acquisito da un’intera classe di lavoratori, quelli che da contadini divennero urgentemente operai (era in gioco il nuovo benessere dell’Italia), senza mai perdere completamente le antiche radici e l’amore per l’orto. È il diario-intervista di Federico Bozzini a un operaio sindacalista, Gelmino Ottaviani, veronese, una vita intera a costruire bruciatori e caldaie, un operaio che ha ripercorso il filo dei ricordi, dall’infanzia in tempo di guerra, al duro lavoro nei campi, fino alla nuova vita da operaio, infinitamente migliore rispetto a quella faticosissima del contadino. Fino al tempo degli ultimi pensieri e dei bilanci, l’età della pensione, disegnando un arco che va dalle purghe fasciste al tramonto di Tangentopoli e della prima Repubblica. Sottovoce, senza voler arrivare primi a tutti i costi, ma senza mai abbassar la testa. Nella costruzione del racconto abbiamo scelto di restare il più fedeli possibile alle parole di Gelmino. Siamo consapevoli che alcune di queste sono fortemente provocatorie verso partiti, categorie professionali, modi di dire e certi italici costumi. Abbiamo deciso di conservarle, specchio fedele di anni contraddittori e difficili, assolutamente non risolti. Al lettore la facoltà di non fare, come dire, di ogni erba un fascio. In ogni caso, la nostra impressione è che, in queste memorie, ce n’è per tutti, come nei vecchi testamenti di carnevale. Ma, molto probabilmente, ogni categoria chiamata in causa si accorgerà solo delle critiche a essa destinate. Sarebbe un vero peccato.

Francesco Niccolini


I giorni prima del 25 aprile i tedeschi erano in rotta.
Ne ho visto uno, sarà stato alto due metri, che inforcava una biciclettina da bambina. A ogni pedalata rischiava di ribaltarsi. Io mi sono messo a ridere e lui mi ha puntato addosso due occhi cattivi che mi volevano fulminare.
La sera del 24 aprile sentivamo i cingoli dei carri armati americani che passavano sulla strada di San Pietro. Saranno state le quattro, le cinque del mattino quando abbiamo sentito bussare violentemente. Donne e bambini eravamo stati chiusi in un nascondiglio. Qualcuno alla fine ha aperto e noi tutti ad alzare le mani davanti ai mitra puntati. Le donne terrorizzate urlavano: un pollaio di chiocce e pulcini disperati. Sulla porta, tre militari: due bianchi e un nero.
È stato il primo nero che ho visto in vita mia. Ci dissero che non dovevamo avere paura. In fila indiana siamo tornati a casa nel buio della notte, con gli occhi bianchi del negro che ci guardavano.
Io e mio fratello ci svegliamo la mattina del 25 aprile e andiamo a vedere in piazza cosa accade: una processione di uomini donne e bambini marciano verso palazzo Giaon. Giaon era stato un pezzo grosso del fascismo e aveva soldi a palate. Entravano a mani vuote e uscivano chi con una tavola, chi con un quadro, chi con la rete del letto. Anch’io dovevo prendere qualcosa, lo sentivo come un obbligo, ma ho trovato solo un piccolo tappeto rosso da comodino. Quel giorno la gente, che aveva ingoiato amaro per vent’anni, si era vendicata. A Giaon gli hanno svuotato la casa dei mobili e a lui gli hanno riempito la faccia di botte. E’ stato il primo esempio di redistribuzione della ricchezza al quale ho assistito. E non ha funzionato. Dopo qualche mese un carabiniere e una delle figlie di Giaon sono passati per tutte le case di San Pietro e tutto quello che lei riconosceva gli veniva ridato. Ma il tappeto che avevo rubato non lo ha riconosciuto e io non l’ho restituito.
Dopo la Liberazione, i partigiani che se ne stavano nascosti in valle sono tornati in paese. A questi se ne sono uniti degli altri che molto probabilmente erano diventati partigiani il giorno prima.

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