televisione

Trecentosessanta lire Teatro Civico

con Marco Paolini
testi di Francesco Niccolini, Marco Paolini, Andrea Purgatori
regia Davide Ferrario
direttore della fotografia Giuseppe Baresi
montaggio Claudio Cormio
direttore di produzione Michela Signori
produttore esecutivo Francesco Bonsembiante
amministrazione Lorenza Poletto
allestimento JOLEFILM
in collaborazione con FONDAZIONE TEATRO CIVICO SCHIO, ROSSOFUOCO, STILO
elementi scenici Mauro De Luca
responsabile tecnico Marco Busetto
capoelettricisti Franco Bongiorno
elettricisti Alberto Artuso, Yurji Pevere
macchinisti Roberto Rossetto
aiuti tecnici Enrico Ladina, Mario Pigatto, Davide Zenere
assistenti alla produzione Marco Austeri, Marco Pianegonda, Matteo Ripari
segreteria Elisa Burato, Ludivine Cuisinier, Antonella Losurdo
service riprese e post produzione ASA AUDIOVISIVI (Bologna)
service audio e luci NANE CINENOLEGGI (MI), MORDENTE MUSICSERVICE (RE)
musiche “Siyka” (di Osvaldo Arioldi) OFFICINE SCHWARTZ dall’album “L’internazionale Cantieri” pubbl. MANIFESTO
produzione JOLEFILM 2003

18 luglio 1985. Un venerdì di inizio estate ai tempi della prima Repubblica. Ma uno di quei venerdì di ordinaria follia che non è possibile dimenticare. Ore 9 e 11: terremoto nelle Marche, quinto grado della scala Mercalli. Danni non troppo gravi. Ore 12 e 23: in Val di Fiemme, sulle montagne sopra Stava, cede di colpo l’argine di un grande bacino. In pochi istanti, l’onda d’acqua e fango si porta via tutto quello che trova sulla sua strada e provoca 268 morti. E tanto basterebbe. Ma alle 13 e 40 altro colpo di scena: il dollaro passa da una valutazione di 1840 lire a 2200. Proprio quel giorno il direttore finanziario dell’ENI ha dato l’ordine di acquisto di 125 milioni di dollari. E, nel marasma di quel venerdì nero e assurdo, nessuno, nemmeno la Banca d’Italia, riesce a fermare – almeno – questa seconda frana… Marco Paolini, nel deserto Teatro Civico di Schio (VI) decide di raccontare quest’ultima storia: storia – non tragica, caso mai grottesca – di una serie sorprendente di equivoci e colpi di sfortuna, che sommati alla voglia di week-end, al caldo e a qualche calcolo svalutativo un po’ troppo avventato, ha portato a bruciare, per nulla, qualche miliardo di lire, non edificante esempio di come l’Italia della prima Repubblica seppe vestire la maglia nera del debito pubblico in Europa.

Abbiamo cominciato a pensare come raccontare la storia di questo scivolone della finanza pubblica e dei Pantaloni italiani che come al solito pagano, nella primavera del 2003. Non sapevamo niente del buco nero nei conti di Cirio, figuriamoci se potevamo anche lontanamente immaginare che i cosiddetti “creativi” di Parmalat fossero tutti lì a scavare il fondo di una voragine. Tranquilli.
Pare che quel pomeriggio del 19 luglio 1985, mentre l’Eni passava il colossale ordine d’acquisto di dollari che avrebbe provocato il disastro della lira e Bankitalia buttava sul mercato altri dollari nella speranza di arrestarne l’escalation delle quotazioni, l’allora Direttore generale, Lamberto Dini, abbia pronunciato nella sala cambi di via Nazionale una lapidaria frase in toscano: “E adesso, vediamo chi ce l’ha più duro”. Pare anche che la mattina dopo il disastro, provato che ad avercelo più duro erano stati gli gnomi di Manhattan, l’allora presidente dell’Eni, Franco Reviglio, abbia convocato nella stanza che fu di Mattei l’oscuro funzionario responsabile di aver passato quell’ordine d’acquisto. E se lo sia mangiato vivo.
Il fatto è che, anche nella finanza, le nostre storie tendono a ripetersi negli anni, sempre uguali. Fotocopie di un sistema ancora privo di controlli, di controllori certi e, naturalmente, di colpevoli. Ma dense di personaggi degni della migliore commedia all’italiana. Se vi pare poco.

Andrea Purgatori


La data: 19 luglio 1985.
Tanto per orientarci con la memoria: un po’ dopo la presa del potere di Mikhail Gorbaciov a Mosca e un po’ prima che la Fiat annunci di aver costruito il primo motore senza più operai ma soltanto coi robot. In Sudafrica c’è ancora l’apartheid. Mandela è in galera. A Tripoli, il colonnello Gheddafi sta per essere bombardato da Reagan. In Afghanistan ci sono i russi, da cinque anni. In Vaticano Wojtyla, da sei. E in Italia? In Italia c’è il primo governo a guida socialista: un pentapartito DC-PSI-PSDI-PRI-PLI.
Si chiamava così. A ripensarci, quasi roba da modernariato.
Le ‘giornate no’, cominciano sempre con un segnale, un campanello d’allarme, qualcosa. Il problema è saperlo riconoscere.
Venerdì 19 luglio 1985, il segnale della sfiga arriva alle 9 e 11 minuti di mattina. Quando l’ Istituto nazionale di geofisica comunica che le stazioni della rete sismica hanno registrato una scossa del quinto grado della scala Mercalli in provincia di Ascoli Piceno. La terra trema, però nessuno ci fa caso.
Più o meno alla stessa ora il direttore finanziario dell’Eni, Mario Gabbrielli, dà ordine ai suoi di acquistare sul mercato 125 milioni di dollari. Servono a saldare un finanziamento in scadenza il mercoledì successivo.
125 milioni di dollari. Allora, 230 miliardi di vecchie lirette. Oggi, 115 milioni di euro. Un’operazione normale per l’Eni, colosso da 45.000 miliardi di fatturato, che ci procura gas e petrolio con cui ogni mattina accendiamo il fornello sotto la moka o mettiamo in moto l’automobile per andare a lavorare.

No posts found