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BresciaOggi – Un treno di parole per Paolini

Viaggio nei luoghi e nella storia da grande affabulatore

Teatro gremito l’altra sera a Lumezzane per l’ultimo spettacolo dal titolo «Stazioni di transito»

Basta la parola. Il teatro di Marco Paolini è come un patto d'onore. La sua parola, oralità pura magnetica e visionaria, resuscita memorie sepolte e rimescola lacerti di storie private e collettive sullo sfondo di avvenimenti che hanno segnato la storia di questo paese. Non c'è bisogno di nessun arredo scenico, quando la parola evoca. Il suo è un teatro che viene da lontano, è rito etico e civile. Non c'era un posto vuoto l'altra sera all'Odeon di Lumezzane dove Paolini, attore solista e polifonico, ha recitato "Stazioni di transito", uno dei suoi monologhi-album che zigzagano ad arte, procedendo con il meccanismo delle scatole cinesi o con la geometria delle ragnatele. L'incipit è un'odissea ferroviaria. C'è l'uomo che guardava passare i treni, per dirla alla Simenon, e c'è l'uomo che dai treni vede passare le stazioni. I treni hanno nomi mitici. Uno si chiama Settebello come un famoso profilattico: due sogni al prezzo di uno. Paolini appartiene a quest'ultima categoria. Lui vede le città dalle scalcinate periferie, riconosce i rumori dei ponti ferrati nella notte, gli odori stopposi degli scompartimenti, guarda con devozione alla 7 e 40, la vecchia locomotiva a vapore. Una locomotiva-donna, seduttiva e ineffabile come Silvana Mangano. E' un agosto di "caligo", l'afa tropicale del Nord-Est, il bar di Jole, topos paoliniano antistante i binari, è l'osservatorio sul mondo, luogo di ritrovo e finisterre.
Sfilano i ricordi, i relitti di biografie, ma la grande storia è sempre lì in agguato: è anche l'agosto del 1974, quello dell'attentato sull'Italicus, dell'impennata della strategia della tensione (la strage di Brescia, citata, è solo di qualche mese prima). Impossibile ripiegarsi sulla nostalgia della giovinezza, perché le ferite della coscienza politica e civile non si possono cancellare e gridano ancora vendetta, anche se tutto congiura per cancellarci la memoria.
E via ancora seguendo la trama dell'album, con l'amico Nano che viene salvato da sotto le macerie di Gemona, terremoto del Friuli del 1976, con la Teresa, professoressa del cineforum, che va a trovare il Tarcisio, l'ex-prete, rifugiato nella comune sugli Appennini. E poi ancora l'avventuroso viaggio aereo a New York, partenza da Lubiana, con il costume di Arlecchino in valigia, l'acquisto di una giacca di Woody Allen portata sul set di "Manhattan", i bisticci con i telefoni e le lavanderie automatiche, la tournèe in Polonia, patria di Kantor e Grotowski. Era l'inizio degli anni '80 e a far da cornice ci sono l'assassinio di Tobagi, il tragico volo di Ustica, la strage alla stazione di Bologna. Un accenno a Marghera, "cloaca del futurismo" e il finale è ambientato sotto un tendone del circo, ancora vicino alla ferrovia, dove la compagnia dei giovani teatranti ha invitato il Vate Carmelo Bene per uno spettacolo nel segno di Diano Campana e Dante e di comicità grottesca.
Tempi narrativi ad orologeria e perfetti negli incastri, una capacità straordinaria, "religiosa" e poetica di affabulare dando corpo alla memoria, una sensibilità unica nel coniugare la figurina generazionale, gli amarcord con le tragedie della storia nazionale. Paolini, cantastorie della civiltà contadina perduta, è un bene raro. Incontenibili gli applausi.

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