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Cari attori che mi avete scritto

Cari attori che mi avete scritto

sì, lo so non è così che ci si rivolge a chi ti viene a guardare a teatro o resta incollato al televisore per due ore e passa, a una replica della diretta del 25 aprile fatta al I maggio; ma se vi scrivessi “cari spettatori” vi farei un torto perché la condizione di spettatore è passiva mentre voi non lo siete e anzi mi sollecitate con domande, con proposte che arrivano al nostro sito e su Facebook a centinaia e chiedono una risposta.
Molte sono personali, riguardano la vita di chi vi è caro, molte altre sono politiche riguardano la nostra storia, la memoria, la cura e il risarcimento del danno di chi ha subito violenza, ingiustizia, incuria, disattenzione, inciviltà, degrado.
Altre ancora partendo da questi o altri spunti suggeriscono argomenti da trattare in un prossimo spettacolo. È per questo che vi chiamo attori perché cercate di rompere il cerchio silenzioso della condizione di spettatore.
Lo spettatore per scelta è colui che decide cosa e quando guardare, che a volte paga per farlo, che si muove per farlo, che sa perché lo fa.
A volte spettatore è una condizione necessaria per chi non ha autonomia o mezzi per muoversi, e partecipa con le sue energie da lontano.
Ma c’è un altro modo di essere spettatore che è quello di chi guarda senza più vedere sia con il telecomando sia nella vita sociale, di chi si è rassegnato allo stesso gusto, allo stesso becchime o croccantino e immagina se stesso fuori dal resto.
Gli spettatori si astengono ormai da quel che sentono lontano. Sono tantissimi quelli che si astengono o pensano di astenersi.
È un pensiero che a volte attraversa anche la mia testa, a volte per periodi mi astengo, mi svuoto, mi allontano. A me stesso dico che è un elastico, che lo faccio perché poi tornerò indietro con più carica, con più forza contundente. So che finora ci sono riuscito: a volte meglio, a volte peggio, ma finora sono sempre tornato indietro. Ogni nuovo lavoro nasce più o meno così, prendendola larga, creando un po’ di distanza.
È anche per questo che non partecipo ai social network, che cerco di ridurre al minimo gli interventi pubblici al di fuori dagli spettacoli, gli incontri, le presentazioni, le partecipanze.
Essere un personaggio pubblico è sopportabile a condizione di salvaguardare uno spazio per quella ricarica di energie, motivazioni, ascolto, casualità, ricerche che alimentano la creazione di qualcosa che vale o dovrebbe valere di per sé, non perché l’ho fatta io.
Ho una maledetta consapevolezza del limite e un orrore istintivo per il delirio di onnipotenza ma anche una buona dose di narcisismo se no non farei questo mestiere.
So che attraverso questo mestiere posso smuovere, arare, disboscare, rendere fertile un humus vitale fatto di persone.
Le vostre lettere ne sono testimonianza.
Ma non risponderò né posso rispondere personalmente a ciascuno perché sarebbe troppo.
Non posso rispondere ad ogni sollecitazione di tipo militante perché prima di una scelta di campo c’è il lavoro artistico e la sua qualità non può essere adattata o sacrificata per una buona causa.
Non voglio fare il testimonial perché questa è un’aberrazione della testimonianza e spesso il testimonial è ingombrante e ammazza quello che sostiene o si guadagna delle indulgenze in paradiso una-tantum.
Come uomo prima che come artista penso che le potenzialità espresse in molte lettere non debbano essere indirizzate a una persona famosa per avere successo o per riuscire meglio, penso che se è vero che chi fa da sé fa per tre è più vero che ogni cosa fatta in compagnia e condivisa dà più soddisfazione.
Raccontatemele queste cose, continuate a farlo. Io continuerò a leggervi.
Come voi anche io credo che la democrazia non sia una bella parola ma un’occasione per non lasciar perdere, per far crescere, per rieducarci a ragionare, a scegliere e a lottare.
Non sono e non posso essere il compagno di tutte quelle lotte, sono quello che a volte le ha raccontate non per il dovere, ma per il piacere o la rabbia, l’orgoglio di farlo bene.
Perché mi sembrano degne.
Non so se il prossimo spettacolo parlerà di questo o di qualcosa di più leggero.
So che ho sempre ascoltato l’istinto.
Grazie delle critiche, dei complimenti, dei saluti.
Con affetto, attenzione e stima.

Marco Paolini
29 maggio 2012