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CORRIERE DEL VENETO – MAZZACURATI: "UN PAESE, IL MICROCOSMO VENETO E LA PROVINCIA PROFONDA"

Per Carlo Mazzacurati intervistare con Marco Paolini tre scrittori come Rigoni Stern, Zanzotto e Meneghello è stato una specie di rito ancestrale: «Come quando le tribù, nei momenti difficili, interrogavano gli sciamani». Il regista padovano (Notte italiana, II prete bello, L'amore ritrovato), ha elaborato il profilo di tre vitalissimi autori ultraottantenni nella forma che più gli è congeniale: immagini. I dialoghi sono diventati film, anzi «Ritratti» nei quali gli sguardi, i silenzi, l'intensità e la grana della voce, la gestualità di questi scrittori è stata fissata, per sempre, su pellicola.

Che cosa intende, Mazzacurati, per «momenti difficili»?

«Mi riferivo a una cosa molto personale vissuta da me. Avendo abitato lontano per tanti anni, e rientrando a vivere nel Veneto, ho provato un profondo disorientamento. Vedevo le cose che conoscevo scomparire sostituite da altre, sia in senso fisico che metafisico: fabbricati e cavalcavia prendevano il posto di vecchie case; un tipo di comunità, col suo sentire profondo delle cose, era sostituito da modi di vivere per me mai visti, disorientanti. Un'evoluzione che fa parte della natura delle cose, certo; ma a me sembrava che si fosse spezzato un legame, non riconoscevo più niente. Ho cominciato a chiedermi come raccontare questa sensazione. Discutendo con Marco è nata l'idea di conversare con questi uomini di 80 anni che avevano visto molti cambiamenti e conoscevano a fondo questa terra. Sia per lui che per me si trattava di scrittori importanti sul piano della formazione: ricordo di aver letto Rigoni Stern - per fortuna avevo una brava professoressa - fin dalle medie».

Che cosa l'ha colpita di più, nell'atteggiamento di ognuno?

«E stato un lavoro di grande crescita, di scoperta, ho avuto l'occasione di captare un insieme di cose, vitalità, intelligenza, energia: qualità comuni a tutti e tre. Colpisce l'infinita semplicità di Rigoni - non costruita -, e il suo sentirsi responsabile: è un uomo che si è sempre caricato sulle spalle il destino degli altri. Questo è il suo aspetto più potente, la sua unicità. Sapendo che c'è, verso di lui hai sempre un pensiero, è una persona su cui puoi contare, una figura paterna, una “autorità naturale” (da ex impiegato del catasto, e da saggio, dà ancora consigli alla sua gente su come dirimere questioni pratiche). Di Zanzotto ti affascina l'intelligenza, l'acutezza vertiginosa che convive con una fragilità emotiva e una purezza quasi disarmanti: è una piuma che ha dentro una vertigine, con le sue intuizioni apre sempre nuovi scenari. E Meneghello ha questa capacità di affetto e ironia verso il suo mondo e le persone... Lui ha anche delle doti di attore mai sfruttate, una capacità di dare ritmo alla ripresa, di tirare fuori l'espressione giusta quando serve: proprio come un attore. Parco, però, anglosassone, con understatement».

Sta pensando a un nuovo film?

«Sto preparando un film che devo iniziare a girare in autunno. È sempre un po' complicato parlare dei film a cui sto pensando... Ora siamo in una fase di grande brogliaccio e fin che non prende corpo non so come sarà né che tono avrà. E un film che faccio qui nel Veneto, molto radicato all'interno di un'idea di provincia profonda: la storia corale di un piccolo paese che rappresenta il mondo. Un microcosmo, come penso che sia in generale la provincia: quella americana e quella dell'ex Urss non mi paiono cosa dissimili dalla mia. I piccoli posti mi riguardano sempre, rappresentano qualcosa di universale, che credo possa parlare a tutti».

Spesso nei suoi film, specialmente nei momenti di difficoltà per i protagonisti, appaiono aperture paesaggistiche. E un caso?

«Nella mia vita di tutti i giorni il luogo, il paesaggio, la terra è un elemento di grande consolazione, mi sembra che - nei momenti complicati - sia una presenza rassicurante come quella di certe figure umane. Mi dà grande serenità essere in un luogo che mi appartiene, a cui vorrei appartenere per sentirmi appunto parte di qualcosa. La laguna ne “La lingua del Santo”, per esempio: è importante nel rapporto col personaggio, che tenta di trasportare in quei luoghi favorevoli, di cui conosce bene la rete venosa, la scena della prova per lui definitiva. Mi pare che laguna, Polesine, la nostra montagna siano luoghi non ancora intrappolati dal rumore della velocità che ha travolto la pianura. Ma per me paesaggio è anche una periferia violata: anche posti che hanno subito violenza parlano e vibrano, come la periferia romana in “Un'altra vita”. Verso sera dalla Giudecca vedi le ciminiere di Marghera, il fuoco che fa parte di quel paesaggio: per me è una lastra in negativo, tetra ma suggestiva, di Venezia. Mi volgo a guardarla con la stessa curiosità e dolcezza con cui guardo i Colli».

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