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Corriere del Veneto – Quella società che ancora non c’è immaginata con i figli del web

Il libro-spettacolo “Le avventure di Numero Primo” al Goldoni di Venezia: un Pinocchio tecnologico dialoga con il padre (e i suoi valori senza tempo)

Immaginare un mondo che ancora non c'è disegnandone il profilo materiale e ideale è sempre stato per i narratori il modo più immediato e diretto per provarsi a diventare “profeti” e in ogni caso per giudicare, confrontandolo con quello che sarà, questo mondo attuale. All'impegno non sfuggono Marco Paolini e Gianfranco Bettin con Le avventure di Numero Primo che dell'avvenire descrivono uno scenario inquieto e contraddittorio, come se si fosse giunti a un bivio dov'è necessario scegliere una direzione, ma niente affatto scontata la scelta. Anzi, gli autori appaiono incerti se adeguarsi ai modi della distopia, che presenta il futuro carico di rischi e pericoli, e che da tempo è diventato il genere più frequentato dalla “fantascienza” oppure immaginare le magnifiche sorti progressive di una società che ha risolto molti dei suoi problemi grazie all'innovazione tecnologica e scientifica, come si usava già un secolo fa. Gli autori hanno scelto i toni rassicuranti della fiaba piuttosto di quelli drammatici e coinvolgenti del realismo, e cercano la complicità emotiva dei lettori rinnovando la vicenda di Pinocchio: Numero Primo è un bambino senza ancora esserlo del tutto, come il protagonista del romanzo di Collodi la vita, quella vera, deve conquistarsela mostrandosene degno, per ora è solo la creatura di una tecnologia sofisticata, una sorta di robot cui manca un soffio per possedere anche un'anima e i sentimenti, e intanto è costretto a muoversi lungo il confine che separa la scienza “buona”, amica dell'uomo, da quell'altra che invece ne mina la libertà, aspirando a un dominio assoluto. La lotta che si combatte in queste avventure è, non senza qualche semplificazione simbolica, quella sempiterna del bene e del male, di un progresso liberatore o di una scienza pronta a impadronirsi della natura -quella pura e forte che trova nella montagna, nel suo respiro, nel suo battito profondo, la sua più riconoscibile evidenza- per stravolgerla e trarne vantaggio per pochi, violando l'ordine e i valori della vita umana. Rispetto al più corrivo anti progressismo che invoca un ritorno al passato, Paolini e Bettin guardano perplessi il nuovo mondo che le scienze cognitive e le biotecnologie stanno costruendo, soprattutto quando si arrischiano a cancellare la distinzione tra artificio e natura, e quindi a sottrarsi alle regole e ai principi di ogni morale, costringendo il lettore a ripensare ai propri giudizi e pregiudizi. Esistono -sembrano dire gli autori con preoccupata insistenza- spazi e sentimenti propri soltanto della natura e dell'uomo, che vanno difesa da qualsiasi invadenza, da ogni stravolgimento, perché solo l'uomo nel suo ambiente, rispettandolo e integrandosi ad esso, è capace di riconoscere quei valori duraturi che vanno difesi come la più genuina e irrinunciabile ricchezza della vita. Certo il confine è tutt'altro che immediatamente evidente e ogni volta che ci troviamo di fronte alle nuove invenzioni siamo costretti a ripensare quel limite che credevamo di riconoscere senza equivoci e, invece, nella luce abbagliante del nuovo giorno si rivela sfuggente o irriconoscibile. Numero Primo, questo bambino che è ancora un robot ma muore dalla voglia di trasformarsi in un uomo, diventa l'eroe di una battaglia che ogni giorno ricomincia da capo per affermare le ragioni dell'umanità -della bontà e dell'intelligenza- contro gli insidiosi nemici che le aggrediscono e le minano, cosicché ancora una volta noi ci schieriamo a fianco di Geppetto e del suo burattino di legno per sostenerli in questo sforzo generoso ed eroico di non arrendersi al male. Che poi la scena delle avventure siano la laguna veneziana, i canali di Porto Marghera, le Dolomiti, o quant'altro ci è prossimo e caro, rende questa fiaba più nostra, ma anche più straniante, perché piega le immagini più consuete a un senso anche molto diverso da quello che avevamo sinora loro attribuito.

Gli autori “Ansie, curiosità e domande per capire dove siamo diretti”

All'inizio c'é un bambino nel bosco. Cammina sicuro, un bambino come tanti, all'apparenza, ma in realtà diverso da tutti quelli venuti al mondo finora. Ha qualità inaudite, anche se ancora non lo sa nessuno, e la cosa che più lo distingue è l'empatia profonda con il vivente, con la vita nel suo insieme, non solo quella umana. Ma questo lo si vedrà più avanti nella storia, come le sue avventure, come gli agguati che interessi e poteri spietati gli tendono, e come le invenzioni forse magiche forse ingegnose a cui ricorre con naturalezza. Ma all'inizio c'è solo quel bambino che si è scelto un nome strano, Numero Primo. Sul monte Sorapiss, scende da un rifugio di ghiaccio, per inoltrarsi nel mondo. Accadde in un tempo che è appena un po' più avanti del nostro: le Dolomiti, la pianura padana, una Gardaland smisurata, una Porto Marghera sorprendentemente distopica, una Venezia che continua a sfidare le omologazioni, il suo hinterland -Veneland- con al centro Mestre, conurbazione di culture, lingue, etnie, personaggi disparati e sgargianti -e poi il Nordest più vasto, e Trieste, e oltre, al di là dei confini orientali e fino all'altro capo del mondo, nell'emisfero australe sul Mar dei Coralli. Abbiamo riservato a Venezia, a Mestre e a Porto Marghera e dintorni alcune delle visioni e delle invenzioni principali del libro, e dello spettacolo teatrale da cui proviene. La Fabbrica della Neve -invenzione fantastica del genio operaio e tecnologico, che è sempre stato cruciale nel polo industriale-, il pluriverso meticcio di Via Piave, il Mose sfiancato dal superlavoro, i singolari controllori del turismo di massa e dell'ordine pubblico, l'evoluzione inquietante di gabbiani e pantegane, l'Arsenal e Palazzo Ducale scelti come location ideale da una Singolarità ideata da un potere tecno-scientifico ed economico globale, ma capace di autonomizzarsene, grazie a una coscienza superlativa, il Brenta ai Moranzani, dove Galileo Galilei commise un geniale errore, la Malcontenta, il labirinto di Stra, i pini marittimi sull'autostrada tra Padova e Mestre... Se si comincia un libro bisogna lasciarsi acchiappare, come ben sanno i lettori. È inutile che chi scrive inventi trucchi banali, i lettori scelgono da soli. Certi libri si cominciano e non si finiscono mai, come autorizza a fare l'etica (e il diritto) del buon lettore, raccomanda Daniel Pennac. Non sappiamo se questo libro sarà letto d'un fiato o lasciato in giro in attesa di essere finito a puntate, o magari abbandonato lì. Abbiamo scritto motivati da pensieri che abbiamo immerso in una storia per non annegarli ma per renderli più intimi, meno urgenti di quanto fossero per noi. Di tutto il testo siamo coautori e alla storia siamo arrivati da letture di libri di divulgazione e approfondimento scientifico e da incontri con persone di diversa e solida competenza sugli argomenti più complessi trattati. Nel racconto sono inoltre confluiti motivi e temi che abbiamo già affrontato altrove ma soprattutto le curiosità, le inquietudini, le domande,i tentativi di capire che ci attraversano di fronte al futuro che si schiude, anzi che ci trascina con sé, a volte senza darci modo di segnare dei punti fermi, tracce da seguire, gradini da scavare nella roccia del tempo. Di tutti i motivi per scrivere, quello di provare a immaginare dove stiamo andando non è il meno importante.

Cesare De Michelis

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