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CORRIERE DELLA SERA – MENEGHELLO: E ORA BASTA PARLAR MALE DELL’ITALIA

Quarant’anni di “dispatrio” e l'orgoglio di essere italiano. Luigi Meneghello, classe 1922, appartato maestro delle patrie lettere, ha vissuto per quasi quattro decenni in Inghilterra, (ha creato e diretto la cattedra di letteratura italiana a Reading), da metà anni Ottanta vive sei mesi a Londra e sei mesi a Thiene, ma non ha quella visione disfattista del nostro Paese, comune a molti intellettuali, soprattutto di sinistra, Nel delizioso film-intervista di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini. (pubblicato da Fandango) Meneghello si definisce un uomo “radicatissimo in Italia, totalmente italiano, privo di qualsiasi problema di identità”. Per lui il Belpaese non è, come molti pensano, il fanalino di coda dell'Europa, ma una nazione che dal dopoguerra ad oggi ha avuto uno sviluppo molto simile a quello di Paesi spesso additati ad esempio: la Francia, la Germania, l'Inghilterra. Uno sviluppo che “qui ha forme più volgari, perché -dice Meneghello- abbiamo corso di più. In principio quello che è accaduto l'abbiamo pagato carissimo, ma secondo me ne è valsa davvero la pena, perché per i ceti più bassi degli italiani ciò ha significato avere delle case più comode e poter mandare i figli a scuola: Il Paese, per certi versi, si è arricchito molto. All'inizio questo processo di…incivilimento è stato certamente positivo, anche se dopo è andato troppo avanti”. Meneghello non ha nessuna nostalgia per l'Italia dei tempi andati: “La vita di un tempo, pur culturalmente raffinata, era pochissimo civile riguardo ai diritti, al modo di educare i figli”.
Lo scrittore sa di andare in controtendenza e infatti con ironia chiede a Paolini: “O forse dovrei essere più pessimista per avere la tua approvazione? Ho una mezza impressione che ti piacerebbe di più se parlassi male dell'Italia”. Un atteggiamento comune nell'Italia di oggi e di ieri, che Meneghello sintetizza con un aneddoto su Gigi Ghirotti, illustre giornalista, amico carissimo e “piccolo maestro”. “Una volta, nei primi anni Settanta, ero a casa sua, a Roma, e mi sono messo a dire le cose che ho appena detto a te... e lui, poveretto, è diventato tutto rosso, si è alzato e si è messo a girare attorno alla tavola sconvolto perché parlavo bene dell'Italia. Amava l'Italia, ma non bisognava dirne bene. Mi sa che qualcuno di voi è ancora un po' così”.
Una benevola bacchettata a una generazione che, come dice lo stesso Paolini, nutre una sorta di rispettosa invida verso la generazione di Meneghello, quella che ha fatto la Resistenza e “ha avuto la maledetta fortuna di essersi trovata dalla parte giusta, nel momento giusto e a fare la cosa giusta”. Nel faccia a faccia lo scrittore di Malo ripercorre la strada che lo ha portato alla guerra partigiana (“Tutto a un tratto potevi dire: ora le cose sono a posto, le parti sono chiare e sappiamo che dobbiamo stare con l'altra parte, quelli che fino all'altro giorno erano i nemici”), l'incontro con un piccolo maestro come Toni Giuriolo, le disillusioni della Repubblica. (“Nell'immediato dopoguerra, il partito che incarnava la mia idea di politica, è andato a farsi benedire fin dal primo congresso. Il nuovo partito perfetto, avrebbe dovuto essere il Partito d'Azione. Purtroppo non votava nessuno per noi, neanche le nostre fidanzate, perché i voti che prendevamo erano uguali al numero degli iscritti”).
Ma c'è anche molto altro in questo incontro, dove le parole sono valorizzate dagli sguardi, dai gesti, dai mezzi sorrisi, dall'umorismo dolce di un protagonista che da sempre rifugge palcoscenici e telecamere. Si parla di lingua (l'italiano uccellino indica la stessa cosa del veneto “oseleto”?), di un comizio in dialetto che gli era sembrato molto bello mentre la sua morosa di allora gli disse che le sarebbe piaciuto di più se lo avesse fatto in italiano, perché “io avevo voluto far sentire che ero uno di loro, mentre lei avrebbe preferito che avessi fatto sentire che ero anche uno degli altri”, di quando decise di diventare partigiano e si esercitava nell'orto assassinando pomodori con la pistola paterna. Meneghello parla del suo paese, Malo, naturalmente, e del libro che ha ispirato, di insegnamento, di poesia, ma anche di motociclette, per cui nutriva una futuristica passione (“Oggi una persona sopra una moto in corsa mi sembra un po' comica, ma allora no. Anzi mi sembrava una figura molto bella, molto simile a un cavaliere sul suo cavallo”). Per poi tornare all'orgoglio nazionale, a come erano belli gli italiani: “L'udivamo dire spesso, mia moglie ed io, durante quegli anni. In Inghilterra, più che altrove, ti sentivi circondato da un'aria di ammirazione, non so, forse per il tipo di fisico, per un certo modo particolare di parlare, di gestire che pareva più vicino alla natura... Se passeggiando ti capitava di prendere sottobraccio un inglese ne scaturiva un senso di sacrilegio delizioso, perché avevi infranto la sua privacy, quel senso di isolamento della persona che in quella cultura era molto più diffuso che da noi”. Lo scrittore fa una breve pausa, riflette e conclude: “Ma forse io esagero un po'”.

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