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Corriere della sera – Paolini. L’ultima sfida. Non sono più "quello di Vajont"

PADOVA -«Col tempo finisci per essere quello che fai. Le doti che non riesci a esprimere si seccano e scompaiono». Anche lui, col tempo, è diventato ciò che fa, soprattutto ciò che ha fatto: «quello di Vajont», quello del teatro civile, quello della denuncia e della memoria. È diventato un cantastorie di culto a rischio di essere considerato un guru, «l’erede» di Dario Fo anche se, dice, «siamo tutti figli legittimi di Fo, ma lui è una personalità troppo ingombrante perché lo si possa imitare».

Marco Paolini, 48 anni, fuma la pipa e parla a voce bassa nell’ex-carrozzeria di Padova trasformata in un laboratorio dagli spazi aperti, dove nascono, prendono forma, si sperimentano le sue produzioni. Vajont è stato il passaporto per il successo. La sua ricostruzione di quella tragedia che il 9 ottobre 1963, in quattro minuti spazzò via cinque paesi, fu trasmessa in tv nel ’97 e inchiodò davanti allo schermo quasi quattro milioni di telespettatori. Poi vennero Ustica e Il milione, Porto Marghera, Le storie di plastica, ma lui, per molti è sempre «quello del Vajont». Non che la cosa gli dispiaccia, ma nell’identificazione con quel suo lavoro avverte un pericolo. «Il pericolo non è la vecchiaia, ma la vecchiezza. Per questo bisogno andare avanti. Non voglio buttare a mare ciò che ho fatto, ma non posso fossilizzarmi su quello. A volte ci vuole una sveglia, bisogna ripartire da un altro punto. È una ginnastica essenziale». Paolini è già ripartito un’altra volta: il suo nuovo spettacolo che debutta il 3 novembre a Mira (Venezia) è ispirato a Il sergente nella neve di Rigoni Stern, grande testimonianza letteraria della Seconda guerra mondiale. Un lavoro che sta prendendo forma un po’ alla volta, di cui non vuole parlare: «Per ora sul comodino ho tutti i libri di Mario, ai piedi del letto una distesa di fogli, progetti, appunti».

«La verità è che io sono un attore, non posso identificarmi con una maschera fissa. Dovrei, devo, poter interpretare qualunque personaggio. Anche un nazista. E lo spettatore deve poter distinguere ciò che io sono da ciò che interpreto. Non voglio pormi nemmeno come un autore, dietro alla mia faccia ci sono altre persone, c’è una squadra, una redazione. Il problema è che divento ingombrante, faccio ombra». Anche perché sul palcoscenico c’è sempre e solo lui. Anche nei cinque monologhi di Teatro Civico, che ora escono in volume e dvd per Einaudi Stile Libero. I racconti furono scritti per la passata stagione di Report, il programma di Milena Gabanelli, da Paolini, Francesco Niccolini e Andrea Purgatori. Questi racconti teatrali dovevano accompagnare di volta in volta il tema della puntata , a parte Cipolle e libertà e Binario illegale, gli altri tre sono, nella miglior tradizione di Paolini, vere e proprie inchieste: l’uranio impoverito, il venerdì nero della lira (era il19 luglio 1985), la strage di Bophal, in India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984.

«Il problema di chi lavora nel tempo dell’informazione globale è che tutti sanno tutto, ci sono pseudoesperti che ti dicono già le conclusioni. Immaginare di saltare gli intermediari e arrivare alle fonti è necessario. Bisogna partire dal fatto che non si può fare tutto, anzi in certe cose il meno è meglio». In un mondo in cui le notizie si bruciano ora dopo ora, in cui il caso del giorno viene dimenticato in ventiquattro ore, usare un mezzo lento, che richiede tempo, anacronistico, come il teatro è una sfida. «L’abbiamo accettata, abbiamo costruito una specie di redazione e in sei mesi abbiamo girato le storie, tutte rigorosamente contenute in 35 minuti. Il problema è che per questo tipo di in chieste io ho bisogno di vedere, di toccare, di capire. Per sapere come si chiude una tubazione devi prendere in mano una flangia. Per Bophal ad esempio sarei voluto andare in India: non ho potuto. Ci è andato Francesco Niccolini: ciò che ha visto ha cambiato molto le prospettive. Avevo immaginato le cisterne che contenevano il micidiale gas come dei blocchi di calcestruzzo, invece ho scoperto che erano sotto terra. L’idea di qualcosa di velenoso che non vedi, che ribolle sotto la superficie, rende la rappresentazione ancora più inquietante».

Il teatro di Paolini è un continuo sforzo di tradurre, di rendere accessibile un linguaggio specialistico, non importa che sia la chimica o la Borsa, senza annoiare, anzi «intrattenendo».

In questo, credo, consiste l’arte: nel creare ponti tra linguaggi che non dialogano tra loro, rispettando l’essenza delle cose. È un lavoro in cui inevitabilmente vai incontro a qualche errore. Io uso le repliche per correggermi: incontro persone competenti che mi spiegano cose nuove, che mi contestano. Sono anche pronto a cambiare opinione. L’importante è non dire mai 'Mi go capio tuto'. È un po’ come il teatro didattico di Brecht, però fatto per insegnare non agli spettatori ma a chi lo fa». Parlare di cose che succedono per Paolini è normale: «Dario Fo dice che non si deve scrivere per i posteri, che bisogna compromettersi. L’arte non è sorda o cieca, non è questione di distillazione. È la scoperta che il vino si può fare anche con l’uva. Anche il teatro si può fare con qualcosa che sente il tempo, che può guastarsi, che muore, che ha un odore e una consistenza».

Proprio perché si vede come un tramite, Paolini non si concede facilmente. Non voglio partecipare a trasmissioni, non scrivo sui giornali, anche se a volte mi interpellano. Il mio ruolo è diverso, le mie opinioni personali non hanno e non devono avere un peso, le espongo ai miei amici, ma non ha senso che vada in tv a dire la mia. Anche perché tante volte la risposta che mi verrebbe è “non so”.

Ho il pudore di dire delle cavolate, forse non sono nemmeno capace di fare questo tipo di interventi. Allora è più proficuo per me rimanere in questa specie di isolamento, scrivere un diario di appunti per me stesso, insomma “studiare”. Mi vengono in mente due vecchie interviste televisive, una a Pier Paolo Pasolini, l’altra a Tina Merlin. Entrambi prima di rispondere abbassavano la testa, si guardavano i piedi, rialzavano la testa e poi parlavano. Ora in quei pochi secondi passano due spot».

Non c’è solo l’impegno, la denuncia in questa raccolta di Paolini: uno dei monologhi è dedicato ai treni ed è un tuffo nella nostalgia e nella sua storia, in quel misto di cattolicesimo e socialismo che imbeveva la sua come tante famiglie del cosiddetto Nord-Est: «Mio padre faceva il ferroviere, nella sua famiglia erano tutti rossi, tranne un fratello maggiore che era un alto prelato. Mia madre era cattolica. Non hanno mai cercato di farmi fare qualcosa, l’unica cosa che volevano era che studiassi per poter fare una vita migliore di quella che avevano fatto loro. Al teatro mi sono avvicinato a 16 anni, come conseguenza della politica, era una delle attività culturali di questo gruppuscolo di cui facevo parte (eravamo stati espulsi dall’oratorio proprio per la nostra attività “sovversiva”)». Nonostante le raccomandazioni dei genitori abbandona l’università per fare l’attore a tempo pieno: «Studiavo agraria perché pensavo che per essere utili all’umanità bisognasse avere qualche competenza tecnica, però ho abbandonato prima dell’esame di chimica». La passione per un certo tipo di sapere tecnico gli è rimasta, lo si capisce anche dalle letture. Cerco di tenermi aggiornato sui giovani autori italiani. Poi ho dei periodi monografici in cui, per esempio, mi leggo tutto Roth o tutto Yehoshua. E non mi perdo un libro di Crichton. Lo trovo magnifico. Ha una capacità di elaborazione straordinaria. Mi ha affascinato il suo ultimo libro, Preda, una storia che unisce le nanotecnologie, l’intelligenza artificiale, l’ingegneria genetica». Ma l’America non lo tenta, nonostante ogni tanto lo invitino a tenere qualche incontro con gli studenti: «Non riesco ad amare questo Paese, anche se, come molti della mia generazione, mi sono nutrito del loro cinema, della loro musica, della loro letteratura. Riescono sempre a farti sentire uno straniero. D’altronde non sto sognando isole lontane, mi interessano di più i confini, il cuore dell’Europa, l’idea che, in fondo, eravamo un’appendice dell’Asia».

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