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Corriere della Sera (Roma) – Marco Paolini, prova aperta di un teatro civile

Cominciamo da quello che non si vede in questo «Miserabili, io e Margaret Thatcher» che Marco Paolini porta con successo sul palco del teatro Argentina, strappando applausi convinti, e sgomenti, ad un pubblico preso un po' alla sprovvista. Non c'è una drammaturgia riconoscibile, classica, sperimentale, gestuale. Non c'è solo un monologo, tipico delle prove d'attore, visto che la musica dal vivo dei «Mercanti di Liquore» (Lorenzo Monguzzi, Piero Mucilli, Simone Spreafico) non accompagna ma integra costantemente il racconto. Ma non è una cantata, accidenti, per il semplice motivo che Paolini non è un cantante.
Detto questo, definire cosa siano queste due ore di colloquio denso tra Paolini e la platea, è forse più facile. Perché ridotti proprio all'osso ci sono, e si fanno sentire, due elementi fondamentali: il primo è un cantastorie maturo, ormai padrone dei meccanismi dell'attenzione, capace di variare su una gamma di toni e sfumature che negli anni si è andata arricchendo e affinando. Il secondo elemento, tipico del lavoro di Paolini, sono i contenuti: qui si parla di lavoro, in un testo cui hanno collaborato Michela Signori, Lorenzo Monguzzi e uno scrittore come Andrea Bajani, e lo si fa con grande attenzione, e ricerca, e rispetto.
Far sorridere è una cosa seria, e Paolini senza perdere la leggerezza, di temi seri ne tocca davvero molti. La povertà che offre lo spunto all'inizio della narrazione, quei «Miserabili» di Victor Hugo che non erano tali perché poveri, ma in quanto condannati a non avere speranze. E da loro, per grandi salti e incursioni nel «carrello della spesa» della nostra epoca, si arriva all'unico tormentone dello spettacolo, quello che oppone Nicola, operaio tipo e alter ego dell'autore, a Margaret Thatcher. Cioè a quello che ha rappresentato, il simbolo di un liberismo arrogante e insofferente ad ogni regola, che ha consegnato il nostro stile di vita agli speculatori e ha stravolto valori e struttura della nostra società. Di fronte al «fare soldi non è reato e non è peccato», testo unico delle leggi di un pensiero unico, Paolini non fa il moralista, non invita ad insulti liberatori, caso mai a riflettere. «Il tempo è denaro - chiosa - ma il denaro non ti regala il tempo».
Resta solo il dubbio che insegua il teatro cantato da Giorgio Gaber, ipotesi che sembra rafforzarsi in quel finale un po' scombinato, affidato a «Libertà è partecipazione». Ma non è così: è solo nostalgia, di un tempo e di una intelligenza come quella di Gaber. Che accidenti di spettacolo abbia in mente Marco Paolini lo sa solo lui. Noi sappiamo quanto sia godibile questa prova aperta di teatro civile e quanto stimolanti i tentativi che fa per arrivarci. AI Teatro Argentina, fino al 18 gennaio.

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